Onimusha: Warlords, la recensione 20

Dopo anni di richieste da parte della community, Capcom sonda il terreno per un ritorno di Onimusha. La nostra recensione di Onimusha: Warlords.

RECENSIONE di Emanuele Gregori   —   18/01/2019

Indice

Capcom è tornata: questa è un'affermazione che ormai quasi tutti si sentono in dovere di pronunciare. Tale consapevolezza deriva da una serie di giuste mosse di mercato, affiancate a titoli che sono stati in grado di rialzare la casa di Osaka da un decennio non certamente esaltante. Creatrice di alcune delle più iconiche saghe videoludiche di sempre, ha certamente patito un mutamento dell'industria che ha in qualche modo inglobato una buona parte delle software house nipponiche. Tra le serie di maggior successo dell'inizio del millennio, Onimusha rappresenta una di quelle più dibattute e sognate da tanti giocatori di lunga data. Titolo nato come spin off di Resident Evil (al pari dell'altrettanto richiesto Dino Crisis) con il quale condivide una serie di scelte produttive rimaste ormai nell'immaginario comune, Onimusha ha avuto il merito di aprire definitivamente la strada al giappone feudale nei videogiochi, tornato in auge proprio nel corso degli ultimi anni. Dopo aver rigiocato per intero il primo capitolo nella sua versione rimasterizzata, è il momento di darne il nostro giudizio.

Una storia di Oni e tradimenti

La narrazione di Onimusha: Warlords, esattamente come quella del titolo da cui deriva, rappresenta uno dei primi esempi di messa in scena cinematografica nella storia dei videogiochi moderni. Quando nell'ormai preistorico 2001 arrivò sul mercato, fu in grado di attrarre l'attenzione su di se proprio grazie ad un comparto tecnico e narrativo sbalorditivo. L'appeal del giappone feudale, di personaggi come Oda Nobunaga e del folklore legato ai demoni, sono tre degli elementi fondamentali che resero la serie un grande successo di pubblico e critica. Tutto gira intorno al protagonista, Samanosuke (che ha le fattezze e la voce dell'allora famoso attore Takeshi Kaneshiro), intento a risollevare le sorti del suo clan a seguito della dipartita del condottiera Nobunaga e a salvare la principessa Yuki, con la quale probabilmente condivide un rapporto che va ben oltre la semplice amicizia. Nel corso della (brevissima) campagna, della durata difficilmente superiore alle quattro ore, Samanosuke si trova ad esplorare un'intera fortezza, i suoi sotterranei, una piccola porzione di esterni e per giunta il mondo dei demoni, fino alla risoluzione della sua missione. Ciò che ancora oggi colpisce, seppur visto con gli occhi di chi ha vissuto il progresso tecnologico degli ultimi anni, è la capacità di Capcom di creare un'opera in grado di ammaliare lo spettatore con una narrazione credibile e ben recitata (nella sola versione giapponese), mettendo da parte le lungaggini e tentando di regalare un titolo diretto e divertente. La versione localizzata in italiano purtroppo mostra il fianco ad un adattamento dei testi non sempre azzeccatissimo, ma nulla che ne leda la capacità comunicativa.

Il gameplay: com'era e com'è

Come detto anche in precedenza, Onimusha rappresenta una derivazione in salsa action di quella formula che Capcom aveva già rodato e perfezionato con Resident Evil. A partire dai controlli, denominati iconicamente "tank" proprio perché vicini a quello di un carroarmato, che gira su se stesso per cambiare direzione e poi avanzare o indietreggiare, per arrivare alla telecamera fissa, passando per gli amati fondali prerenderizzati. Proprio i controlli rappresentano il più grande dei cambiamenti di questa remastered, in termini di gameplay nudo e crudo. Se la telecamera è infatti rimasta fissa e posizionata strategicamente in alcuni specifici punti dello scenario, la modalità di utilizzo del proprio alter ego lascia adesso spazio ad un controllo libero e demandato all'analogico sinistro. Uno svecchiamento necessario per una formula che ha certamente fatto la storia, ma che avrebbe reso la versione originale di Onimusha difficilmente digeribile oggi, ancor più che in Resident Evil stesso. Questo elemento, seppur agevoli la percezione del pubblico e dei possibili nuovi adepti, paga lo scotto di un game design non inizialmente pensato per queste possibilità di movimento. Il risultato che ne deriva è un titolo incredibilmente semplificato negli scontri, rendendo la morte un elemento quasi totalmente avulso dall'esperienza. I boss che nell'originale davano filo da torcere, per la necessità di fare attenzione ad ogni piccolo spostamento e di utilizzare lo scarto laterale e la parata come se fossero i vostri migliori amici, qua diventano quasi un elemento accessorio, surclassati dalla possibilità di gestire nel migliore dei modi i propri poteri demoniaci. In questo senso è importante ricordare che in Onimusha, Samanosuke può contare su un guanto demoniaco (di cui viene in possesso proprio nei primi minuti) che gli permette di assorbire le anime dai nemici sconfitti (qualcuno ha detto Sekiro?). Queste possono essere di tre diverse tipologie: rosse, utili da spendere per i potenziamenti; blu, demandate al recupero di mana; e verdi, con lo scopo di curare i punti vinta. Ad ognuno di questa tipologia di anime, corrispondono anche tre diverse armi generate dalle sfere che si raccolgono nel corso dell'avventura e che rispondono agli elementi di fulmine, fuoco e vento. L'alternanza di questi tre strumenti di morte è ciò su cui si gioca tutto l'avanzamento e la semplificazione delle scorribande. Ad affiancare le spade, ci pensano l'arco e il fucile, utili dalla distanza per evitare di perdere preziosa energia vitale.

Per restare fedele alla sua stessa natura, i ragazzi di Capcom hanno deciso di non intaccare la progressione inserendo checkpoint qua e là, ma di lasciare ancora tutto demandato al salvataggio manuale interagendo con gli specchi Oni, utili anche a spendere le anime e potenziare il proprio equipaggiamento. Nel corso della campagna è possibile poi recuperare un buon quantitativo di oggetti, atti alla risoluzione di enigmi semplificati rispetto a quelli di Resident Evil, ma che rispondono comunque ai soliti dettami del tempo. Tutto l'avanzamento è infatti costellato di backtracking (mai troppo invasivo) per riuscire ad aprire passaggi precedentemente bloccati. È in questo che vengono in aiuto da una parte la mappa richiamabile a schermo, dall'altra i caricamenti di questa remastered sostanzialmente inesistenti. È chiaro che tutti questi elementi non potrebbero vivere in armonia, se il complesso non fosse sostenuto da un level design ben pensato e che rappresenta, ancora oggi, un esempio fulgido di come dovrebbe essere realizzato questo aspetto. Nel corso dell'avventura è anche possibile, in una manciata di situazioni, prendere il controllo della compagna di battaglia di Samanosuke, tale Kaede. Quest'ultima non è in grado di assorbire anime, ne di combattere con le armi del protagonista. A lei infatti sono demandate fasi di esplorazione e recupero di oggetti utili all'avanzamento, così come sezioni specifiche dedicate ad approfondire un ulteriore aspetto narrativo. Niente di troppo tedioso, ma certamente restano ancora oggi le sezioni meno riuscite del titolo. Va segnalata poi, per completezza, la rinnovata presenza delle stanze del regno oscuro, elemento assolutamente accessorio e che si tramuta in nient'altro che una modalità orda atta a farvi accumulare anime e recuperare un oggetto, necessario per sbloccare la spada definitiva del gioco.

La tecnica che conta il giusto

Dal punto di vista tecnico, la remastered di Onimusha non si discosta troppo dai lavori degli ultimi anni. Complice un comparto estetico esaltante per il suo tempo, il gioco risulta ancora oggi godibile, seppur non stiamo certamente parlando di un titolo all'avanguardia. I modelli e le texture non sono stati modificati, ma solo portati in alta definizione, eliminando quasi del tutto il fastidioso aliasing di cui i titoli di vecchia data soffrono ai giorni nostri. Ciò che ancora impressiona è notare un lavoro sulle animazioni e sulle cutscene in grado di rendere Onimusha spesso più attuale di tanti titoli odierni, impreziosito da alcune sequenze in CGI veramente ben fatte. A chiudere il discorso ci pensano la colonna sonora totalmente risuonata e il ridoppiaggio giapponese, a conferma dell'importanza narrativa di un titolo di questa portata.

Versione testata
PC Windows
Digital Delivery
Steam, PlayStation Store, Xbox Store, Nintendo eShop
Prezzo
19,99 €
Multiplayer.it

7.8

Lettori (6)

7.8

Il tuo voto

Onimusha Warlords arriva sul mercato con una remastered pulita, che non presta il fianco a particolari criticità. Certamente si sarebbe potuto fare di più per quanto riguarda il potenziamento di alcuni elementi tecnici, o l'aggiunta di quegli extra presenti nella vecchia versione Xbox. Ciò che però ne scaturisce è un titolo rinnovato nei controlli e digeribile da un pubblico più vasto, che speriamo possa essere invogliato all'acquisto, così da regalare nuovamente linfa vitale ad un brand per troppo tempo dimenticato. Ora confidiamo di poter vedere a breve gli altri titoli rimasterizzati e, perché no, un nuovo Onimusha, splendente e cattivo, così come il suo protagonista.

PRO

  • Ancora oggi insegna level design e stile a tante altre opere
  • Porting ben ottimizzato e ottimo lavoro su doppiaggio giapponese e colonna sonora
  • Controlli rivisti per avvicinarsi al mercato di oggi...

CONTRO

  • ...ma che tendono a rendere il gioco un filino troppo abbordabile
  • È solo una remastered ma qualche piccolo extra come quelli della versione xbox li avremmo graditi