Il calcio all'italiana 23

Abbiamo incontrato Gianluca Vialli alla presentazione di Lords of Football

SPECIALE di Umberto Moioli   —   08/04/2013

Quanto è complesso sviluppare un gioco in Italia? Molto, a sentire quanto raccontatoci da Geniaware: il team di Savona conta una trentina di persone ed è al lavoro da quattro anni su Lords of Football, progetto reso possibile dalla convergenza di molteplici sforzi e convinzioni. L'impegno iniziale per assicurarsi gli investimenti necessari e la partecipazione di professionisti affermati, tanti al lavoro anche per grandi publisher come Electronic Arts, si è nel tempo tramutato in quello per rifinire una giocabilità che cerca di unire la tradizione dei giochi manageriali con un lifestyle simulator. Una sorta di The Sims in salsa calcistica, che chiede all'utente di controllare allenamenti e movimenti in campo, ma anche di regolare l'esuberanza dei giovani atleti al di fuori del rettangolo di gioco, di gestirne il fisico e di aiutarli qualora i vizi diventassero un problema e si rendesse necessario l'intervento di uno specialista.

Si tratta di un un punto di vista differente dal solito, distante mille miglia dal calcio virtuale giocato di FIFA e PES ma anche dal rigore, la complessità e l'arzigogolata interfaccia di Football Manager e compagnia. La riuscita del progetto rilasciato da una manciata di giorni e acquistabile anche tramite Steam, dipenderà da parecchi aspetti, su tutti ovviamente la qualità dell'esperienza di gioco che indagheremo nella nostra recensione tra qualche giorno. A prescindere dal risultato, però, quello che ci hanno raccontato Claudio Giacopazzi, general manager di Geniaware, e Marco Mantoan, lead designer, resterà un interessantissimo esperimento: il punto di vista originale ha permesso di lavorare ad un gameplay immediato e pensato per tutti, che strizza l'occhio anche all'utente meno hardcore. I rischi connessi sono evidenti, sollevando interrogativi innanzitutto sulla profondità del gioco, ma ci è stato spiegato che l'arrivo sugli scaffali virtuali di Lords of Football sarà seguito da un'onda lunga di contenuti aggiuntivi e, se le cose dovessero andare bene, anche da un secondo capitolo. Aspettando di fare il punto sulla qualità dell'offerta, abbiamo interrogato Gianluca Vialli a proposito della suo ruolo all'interno del progetto. Un consulente fuori dal comune che ci ha parlato del rapporto con il medium videoludico, dell'esperienza con Geniaware e non solo.

Mettersi in (video) gioco

A differenza di quanto ci si aspetterebbe, ovvero che Geniaware ha cercato e voluto l'aiuto di Gianluca Vialli, la collaborazione sembra sia nata in maniera più casuale, quasi fortuita. "Mi ha chiamato FishEagles, una società che investe nel mondo dei videogiochi e ha sostenuto il progetto Lords of Football. Conosco una persona legata a questa iniziativa e mi ha chiesto se volevo farvi parte".

Come il team e Vialli stesso tengono a sottolineare più volte nel corso della presentazione, la partnership non è di tipo promozionale ma una vera e propria consulenza: "le mie indicazioni sono andate soprattutto nella direzione di far capire agli sviluppatori in che modo l'allenatore incide sugli equilibri del gruppo, degli allenamenti e della psicologia dei calciatori. Ho iniziato da questo punto ma poi, quando lavori a stretto contatto con il team, resti affascinato dai bozzetti, dai loghi e dalle immagini che ti vengono sottoposte. È un processo interessante." Un'esperienza completamente diversa dal solito per chi è abituato ai campi da gioco e alle telecronache quindi, che nasconde processi ben più complicati rispetto a quanto ci si aspetterebbe. "Un po' come quando vai al cinema: vedi il prodotto finito e non ti immagini quello che c'è dietro. Non sono uno sviluppatore, quindi non posso entrare nei dettagli, però mi ha colpito il lavoro sul gameplay. Serve bravura per capire quali elementi vadano aggiunti o tagliati, come interpretare tanti gusti diversi. La tecnologia che ci sta dietro è un altro aspetto affascinante: quando abbiamo registrato i movimenti per le animazioni ho visto quanto lavoro serva, mi sono messo in gioco anche io e il risultato è che mi sono stirato il polpaccio. Sono tanti i dettagli interessanti, anche per il tipo di investimento che queste società mettono in conto. Il progetto doveva durare due anni ma ne sono serviti il doppio, e vivi costantemente il rischio che qualche membro del team venga attratto da altre offerte. Quindi ci sono anche attimi di tensione". La peculiarità di Lords of Football è innanzitutto quella che coinvolge la vita degli atleti al di fuori del campo.

Un'esistenza che dai media - e anche dal gioco - spesso viene rappresentata dissoluta e fuori dall'ordinario. Se il gioco fosse stato fatto quando Vialli era protagonista delle cronache calcistiche, sarebbe stata programmata un'esperienza differente? "Dal punto di vista degli svaghi nulla sarebbe stato differente, ci sono dei dettagli che sarebbero cambiati ma poche cose. La grande differenza oggi rispetto a ieri è la presenza di internet e dei social network: oramai non si può più contare su nessun tipo di segretezza, sei sempre sotto i riflettori. Ciò che però davvero è diverso oggi da allora è il ruolo dell'allenatore". Ovvero? "Noi avevamo ben chiaro in testa che l'interesse della squadra è sempre al primo posto. Oggi invece i calciatori sono delle piccole aziende, hanno i loro brand da coltivare, i nomi sulle magliette hanno un peso differente ed esultano in una certa maniera per essere riconoscibili. Gestirli come gruppo diventa un'impresa ardua, bisogna entrare nella loro testa. È la prima cosa che consiglio a chi vuole fare l'allenatore ma anche a chi gioca a Lords of Football".

Era un po' tirato come collegamento, ma non ci potevamo esimere da chiedere a Vialli se lavorare a un titolo dove si assume il ruolo (anche) di un allenatore non gli abbia anche fatto tornare voglia di rivestire quel ruolo. "No, mica tanto. Quando mi analizzo non mi piace il tipo di persona che divento quando faccio l'allenatore, stressata e irascibile. Ovviamente esistono offerte, e non parlo in termini puramente economici, che non si possono rifiutare e quindi ci si tira su le maniche e si torna in campo. Però oggi come oggi preferirei il ruolo di dirigente." In una realtà italiana? "Dove ci sia la possibilità di lavorare con delle persone con cui ci sia affinità e con un progetto serio. Ma è difficile lasciare quello che già faccio a Sky: è una grande azienda e mi pagano per guardare le partite di calcio. Cerchiamo di trasmettere un messaggio che stemperi l'eccessiva serietà con cui il calcio viene percepito nel nostro Paese".

E proprio sul ruolo dell'Italia calcistica nel panorama europeo, apparentemente molto ridimensionato rispetto ad altre realtà un tempo inferiori, come quella inglese, gli chiediamo un'ultima riflessione prima di salutarci. "Le potenzialità economiche sono diverse, questo conta. Ma è un discorso complicato che non si può risolvere parlando solo di denaro. Ci sono differenti modi per tentare di invertire questa tendenza. Però sono convinto che si tratti anche di cicli fisiologici, magari l'anno venturo avremo due squadre italiane nelle semifinali di Champions League e non sapremo nemmeno in quel caso spiegarci bene il perché. Credo che le squadre italiane stiano andando nella giusta direzione: abbattimento dei costi, scelta di giocatori giovani, il discorso legato agli stadi e all'idea che ci si debba prendere cura del cliente. Il modello inglese, insomma. In Italia è sempre difficile trovare la giusta reattività alle cose nuove, ma ci stiamo arrivando". Ringraziamo Vialli e, aspettando di mettere le mani sul gioco in maniera estensiva, non possiamo che compiacerci all'idea che ci siano realtà italiane che si cimentano in progetti ambiziosi. Se questa audacia verrà premiata, lo scopriremo solo tra un po'.