Enter the Matrix - Hands On  0

E se il mondo che ci circonda fosse in realtà una creazione digitale architettata da una mente elettronica il cui unico obiettivo è quello di renderci schiavi?
Matrix prende forma anche su console e tra qualche settimana toccherà anche a noi scegliere tra la pillola rossa e la pillola azzurra. Tutte i dettagli e le prime impressioni di gioco con Enter The Matrix nella nostra esaustiva anteprima hands-on.

ANTEPRIMA di Matteo Caccialanza —   08/04/2003

Matrix Style

Una volta dato il via al gioco, ogni fan accanito della saga non avrà difficoltà alcuna ad immedesimarsi nel ruolo di Niobe e Ghost, comprimari nel nuovo film, ma protagonisti della vicenda al centro del videogioco.
Dalle musiche inconfondibili alle schermate di caricamento, fino alla grafica dei menù, ogni particolare è volto a ricordarci che Matrix esiste ed è intorno a noi.
Pensandoci bene, Enter the Matrix è sostanzialmente un videogioco che simula una realtà virtuale che a sua volta riproduce il mondo reale. Un esempio di meta-simulazione che non può che far sorridere chi come noi è sempre alle prese con i mondi fittizi generati dai videogames.
Ma vediamo di dare un’occhiata più da vicino ai due protagonisti, dalle cui azioni dipenderà il successo dell’impresa di Neo e la salvezza del genere umano.
Appena prima di dare il via al gioco possiamo scegliere, nella più squisitamente tradizionale schermata di selezione, con quale personaggio iniziare l’avventura.
Niobe è un una donna di colore dal carattere forte e deciso, l’autoritario capitano di un hovercraft analogo a quello di Morpheus, mentre Ghost, sorta di fricchettone con pizzetto, amante degli abiti scuri e dei colletti inamidati, è il suo primo ufficiale.
A seconda della nostra scelta, il gioco andrà affrontato in maniera diversa, non solo perché ognuno dei due vanta differenti capacità offensive, ma anche perché molti livelli andranno giocati da un punto di vista differente (ad esempio durante la fuga in auto al termine del primo livello, Niobe sarà alla guida, mentre Ghost alla mitragliatrice).
Non abbiamo avuto modo di approfondire fino a che punto progredendo nel gioco le due “avventure parallele” si differenzino, ma quel che è certo è che i dialoghi sono completamente diversi (e la penna dei due celebri sceneggiatori si sente eccome!) e il fatto che il gioco possa virtualmente raddoppiare la sua longevità è quanto meno incoraggiante.

Il joypad non esiste

Il gameplay di Enter the Matrix è davvero il sogno di ogni appassionato della saga dei fratelli Wachovsky.
Quando Max Payne uscì sul mercato introducendo per la prima volta il Bullet Time nei videogiochi (pagando addirittura i diritti per questo nome agli autori di Matrix!) tutti si aspettavano un’ondata di “cloni” che abusassero di questo originale meccanismo. E invece, al di là delle innumerevoli e spesso stucchevoli citazioni, un vero e proprio surrogato del Bullet Time si è visto solo nei mod dichiaratamente ispirati alla pellicola di Neo e soci, come il Kung Fu Mod per Max Payne ed Existence per Half Life.
Eppure, per quanto ingegnose, queste originali realizzazioni amatoriali non sono mai riuscite a riprodurre alla perfezione ciò che in Enter the Matrix è stato introdotto con rara maestria. Se in circostanze normali il nostro personaggio è limitato alle semplici azioni alla portata di una persona normale (pur potenziate dal nostro addestramento simulato), in qualsiasi momento possiamo elevare la nostra concentrazione e far emergere la consapevolezza che il mondo che ci circonda non è reale e come tale possiamo piegarne le leggi fisiche.
Non solo ogni normale movimento ha il suo equivalente spettacolare al rallentatore, ma con poche combinazioni di tasti si possono ottenere i risultati più fantasiosi, dai salti lunghi decine di metri, alle corse appoggiati contro i muri, magari da concludere con una bella capriola a mezz’aria mentre vomitiamo piombo con il fucile raccolto pochi istanti prima. Le combinazioni sono pressoché infinite. Se poi in mezzo a tutto questo ci capita a tiro qualche indifeso poliziotto, allora assistiamo alle più spettacolari sequenze di combattimento mai apparse in un videogioco d’azione.
Muovendosi con velocità sovrumana i nostri eroi massacrano letteralmente anche il più tosto dei poliziotti, che sbatacchiati qua e là come impotenti bambole di pezza, volano per metri e metri dopo essersi buscati un bel calcio in chiusura delle combo.

E’ sorprendente come una varietà d’azione dalle simili potenzialità sia stata ottenuta tramite un sistema di controllo così semplice e immediato.
I quattro tasti principali del joypad della Ps2 sono più che sufficienti per governare totalmente i movimenti del protagonista, al che non resta che decidere quando attivare il Bullet Time e rendere disponibile ogni altra spettacolare combinazione di prese, pugni calci ed esoteriche mosse di kung fu, tutte legate alla pressione di pochissimi pulsanti e alla direzione imposta allo stick analogico.
Il risultato è un’azione di gioco estremamente frenetica e divertente e le restanti meccaniche di gioco non fanno che enfatizzare questo fatto: la gestione della telecamera è estremamente semplificata (possiamo solo decidere se attivare un’inutile e poco spettacolare visuale in prima persona), la mira con le armi da fuoco è anch’essa automatizzata e al crescere della distanza diminuisce da sola la precisione, e l’interazione con la maggior parte degli oggetti (armi, medikit ecc.) avviene semplicemente per contatto fisico.
A proposito di interazione con l’ambiente circostante, le nostre possibilità di “intervento” sugli elementi delle mappe sembrano essere ridotte ad aprire porte, infrangere vetri e distruggere automobili. Un po’ pochino, specie se ci rapportiamo con la concorrenza (Sprinter Cell ad esempio), ma bisogna anche considerare che resta possibile sfruttare muri e mobili per le nostre “stunt”. Ci riserviamo comunque di approfondire questo punto in futuro.
Quel che è certo è che, almeno nei primi livelli, il design delle mappe sembra essere di ottimo profilo, magari non brillando per varietà, ma operando un vero e proprio fan service, ripropone alcune locazioni estremamente simili a quelle rese famose dal primo film.
Certo, il gioco mantiene un’impostazione assolutamente lineare e non vi è modo di uscire dal tracciato imposto dalla sceneggiatura, ma è il prezzo da pagare per una trama di spessore di stampo cinematografico.

Grafica e dintorni

Se Enter the Matrix si distingue per la notevole giocabilità, risulta essere meno brillante in termini tecnici.
L’engine sembra accusare qualche anno di sviluppo di troppo e il numero di poligoni sullo schermo appare decisamente ridotto anche per lo standard Ps2, che pure da tempo non è l’ultimo grido in fatto di tecnologia.
Le eccellenti texture e il sistema di illuminazione (pur non sensazionale) tendono a mascherare la mancanza di “rotondità” dei personaggi e le fluide animazioni in motion capture fanno il resto, sebbene su quest’ultimo punto ci sia rimasta qualche perplessità.
La gran parte delle animazioni è di qualità sopraffina, degna di un picchiaduro 3D per intenderci, ma saltuariamente capita di individuarne altre in confronto piuttosto grezze.
Quando un personaggio sale una scala a pioli ad esempio, al di là del goffo movimento che compie, si vedono distintamente le spalle “staccarsi” dalla parte superiore del busto, mostrando con evidenza come il modelli 3D non siano composti da un’unica mesh tridimensionale, come è la prassi da tempo ormai.
In altre occasioni, per riprodurre il fatto che anche senza “Bullet Time” i nostri eroi sono in grado di muoversi più velocemente dei comuni mortali, quando essi corrono o compiono altre azioni particolarmente rapide, si accusa un certo “effetto film anni ‘20”, dovuto all’accelerazione di animazioni altrimenti perfettamente normali.
Si tratta di minuzie cosmetiche che in realtà hanno ben poco a che vedere con la sostanza di un gioco che sarà con buona probabilità l’Action dell’anno, ma quanti gli si avvicineranno solo per ricercarne i sofismi estetici, potrebbero rimanere delusi.
Resta il fatto che pur con mezzi tecnologici relativamente antiquati, Enter the Matrix possiede un carisma e un “appeal” di gran lunga all’altezza del suo nome, specie per la cura riposta nelle scelte cromatiche e per la qualità della regia, che anche negli stacchi animati di intermezzo (dove è più facile individuare le pecche grafiche) offre delle vere e proprie riprese nel pieno stile del film.

Attesa fino al 15 Maggio

Non abbiamo modo per ora di quantificare le ore di gioco che Enter the Matrix è in grado di garantire, ma da quanto abbiamo potuto vedere le missioni sembrano essere sufficientemente lunghe e giustamente impegnative anche a livello di difficoltà Normal e vi capiterà spesso di rimanere bloccati delle buone mezzore nei punti più ostici. Il fatto che da ciò non derivi frustrazione, ma piuttosto lo stimolo di perseverare a oltranza la dice lunga sulla qualità di questo titolo, atteso al varco dai fan di Dave Perry, che dai tempi di Sacrifice non ci presenta qualcosa di originale (o meglio, non ci presenta alcunché).

A wind of change…

Uno dei cliché più famosi in ambito videoludico è stato per decenni quello che i tie-in cinematografici tendano a prodotti di qualità scadente, realizzati a costi minimi con l'unico obiettivo di sfruttare un brand di richiamo fino all’ultimo dollaro.
A consolarci per tale deplorevole situazione, il fatto che, viceversa, le pellicole ispirate ai videogiochi più noti abbiano toccato regolarmente abissi ancora più profondi nella scala dello squallore.
Ciò è stato vero fino ad anni molto recenti, ma con l'accresciuta importanza del mercato videoludico e l'aumento delle sinergie con il mondo del cinema, sia a livello "mediatico" che di vere e proprie tecniche di lavorazione, nessuno ormai vuole legare il nome di un film di successo (e il proprio) a quello di un videogioco di scarsa qualità. E viceversa.
I film di Tomb Raider e Resident Evil non saranno stati da Oscar, ma come non ricordare le orrorifiche pellicole dedicate a Super Mario e Street Fighter?
E se in passato sono stati rari i giochi apprezzabili fra quelli ispirati al mondo della celluloide, chi può aver qualcosa da ridire su Alien Versus Predator? O sul nuovissimo Black Hawk Down che sta segnando il ritorno in gran forma della venerabile Novalogic?

Questa prolissa introduzione per puntualizzare come stia spirando il vento del cambiamento: mai come ora il mercato ci offre prodotti di ottima qualità là dove fino a poco tempo fa sarebbe stato lecito aspettarsi solo opportunistiche operazioni commerciali.
Ponendoci da questo punto di vista, non dovremmo stupirci più di tanto che per un titolo come Enter the Matrix (che presumibilmente venderà come il pane, indipendentemente dalla sua effettiva qualità) siano stati dedicati anni di sviluppo e milioni di dollari, che per la sua realizzazione sia stato reclutato Dave Perry, una delle menti più venerate (forse troppo) nell'ambiente del game design, e che regia e sceneggiatura siano stati curati dagli stessi autori del film.
Eppure tutto ciò rappresenta anche una svolta epocale rispetto al passato e in futuro potrebbe diventare la norma che registi e sceneggiatori di film di successo partecipino attivamente al naturale complemento videoludico alle loro opere di celluloide.