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Quando i videogiochi sono migliori dei film da cui sono tratti

Sappiamo da sempre che le trasposizioni videoludiche di opere cinematografiche sono sinonimo di bassa qualità. Ma esistono delle eccezioni? A quanto pare sì.

SPECIALE di Diego Trovarelli   —   26/04/2026
Wolverine

Tre cose sono certe: la morte, le tasse e il fatto che un videogioco tratto da un film sarà una sòla clamorosa, di quelle che finiscono nel cestone delle offerte nel giro di una settimana. Quest'ultima soprattutto sembra essere una delle regole più incontrovertibili da quando esiste il nostro hobby preferito, eppure... Eppure ogni regola ha la sua bella eccezione; nel nostro caso ne abbiamo scovate cinque: cinque titoli che contro ogni pronostico hanno saputo fare meglio delle pellicole cinematografiche da cui sono tratti.

Certo, in alcuni casi vi verrà da dire "Be', ci voleva poco"; in altri, invece, parleremo di giochi su licenza che hanno compiuto un mezzo miracolo partendo da film tutt'altro che malvagi. E allora popcorn, spegnete le luci e gli smartphone e venite al cinema con noi.

X-Men - Le Origini: Wolverine

Iniziamo con uno dei casi più emblematici di riscatto videoludico. Il film X-Men - Le Origini: Wolverine del 2009 è passato alla storia non tanto per i meriti narrativi, anzi, quanto per essere stato uno dei punti più bassi della gestione Fox dei mutanti Marvel. Tra una generale mancanza di mordente, la costante sensazione di già visto che attanagliava l'intera seconda parte e degli effetti speciali tutt'altro che impeccabili, la pellicola di Gavin Hood si rivelò un prodotto che deluse ampiamente le aspettative.

Hugh Jackman in una scena del film
Hugh Jackman in una scena del film

Tuttavia, mentre il film arrancava cercando di mantenere un certo tono che però mal si conciliava con la furia animalesca del protagonista, i ragazzi di Raven Software stavano preparando una gradita sorpresa. Il videogioco omonimo, infatti, zitto zitto, si è dimostrato un'avventura corredata da ottime animazioni, da meccaniche insospettabilmente articolate e da un buon sistema di combattimento.

Quest'ultimo, soprattutto, era un autentico manifesto della brutalità, con smembramenti, decapitazioni e un uso creativo dell'ambiente che restituiva finalmente la sensazione di controllare un mutante animato da una rabbia cieca.

Il sistema di combattimento era di buona fattura in X-Men - Le Origini: Wolverine
Il sistema di combattimento era di buona fattura in X-Men - Le Origini: Wolverine

Sia chiaro, non staremo qui a dire che fosse un prodotto perfetto: sicuramente il titolo infatti peccava di scarsa originalità, rifacendosi in maniera palese ad altri action simili che avevano visto la luce prima di lui, God of War su tutti, ma era comunque un'opera capace di divertire i fan di Logan e un po' tutti gli appassionati del genere di appartenenza. Inoltre, l'utilizzo di flashback sapientemente alternati a sequenze ambientate nel presente faceva il suo dovere, a braccetto con un sistema di potenziamento che conferiva al gioco una propria identità ben precisa.

Insomma, a conti fatti sembra proprio uno di quei rarissimi casi in cui il prodotto derivato ha capito l'essenza del protagonista meglio di chi ha scritto la sceneggiatura del film.

GoldenEye 007

Passiamo ora a un titolo che non ha solo superato il film da cui è tratto, ma ha letteralmente riscritto le regole di un intero genere. Quando GoldenEye arrivò nelle sale nel 1995, fu accolto come un ottimo rilancio della saga di James Bond, grazie a un Pierce Brosnan in stato di grazia e a un tono che mescolava con successo l'eleganza classica con l'azione moderna degli anni novanta.

Per Pierce Brosnan, GoldenEye è stato l'esordio nei panni di 007
Per Pierce Brosnan, GoldenEye è stato l'esordio nei panni di 007

Il franchise veniva dalla parentesi Timothy Dalton, che diede vita a un Bond sì ben accolto dal pubblico, ma generalmente più cupo e distante dai film che lo avevano preceduto; fattore, questo, che contribuì al calo di incassi fatto registrare da Zona Pericolo e soprattutto da Vendetta Privata. Insomma, GoldenEye diede nuova linfa al marchio, si dimostrò un bel film, che tuttavia rimaneva confinato nei canoni del cinema d'azione dell'epoca. Due anni dopo, quando l'hype per la pellicola era ormai scemato, ecco che Rare confezionò GoldenEye 007 per Nintendo 64, e il mondo dei videogiochi non fu più lo stesso.

Questo perché la software house britannica riuscì nell'impresa di rendere ancora più popolari gli sparatutto in prima persona su console, puntando la prua addirittura verso l'eccellenza. Diciamo quindi che il gioco ha saputo incidere nel suo genere di appartenenza molto di più rispetto a quanto ha fatto la pellicola di Martin Campbell nella sterminata filmografia di 007 e il motivo è semplice: con il controller in mano ci sentivamo davvero delle spie. Qui non si trattava infatti solo di correre e sparare; c'erano obiettivi secondari, gadget da utilizzare, telecamere da distruggere e una componente stealth che nel 1997 era di tutto rispetto.

GoldenEye 007 è una vera pietra miliare nel genere degli FPS su console
GoldenEye 007 è una vera pietra miliare nel genere degli FPS su console

Ogni livello espandeva le ambientazioni della pellicola, rendendole esplorabili e interattive, dando un senso di profondità a scenari che sul grande schermo erano, com'è normale, solo sfondi di passaggio. A questi si affiancavano poi alcuni stage aggiuntivi non presenti nel film e un comparto multiplayer che consentiva a un massimo di quattro giocatori di sfidarsi in diversi tipi di deathmatch.

La complessità del game design, la varietà delle armi e l'intelligenza artificiale dei nemici (per l'epoca rivoluzionaria) hanno dunque trasformato una licenza cinematografica in un pilastro della cultura pop; tanto che oggi, se si pronuncia la parola "GoldenEye", la mente di molti corre istintivamente al controller a tre punte del Nintendo 64 piuttosto che alla faccia di Sean Bean che puntualmente muore come al solito.

Peter Jackson's King Kong: The Official Game of the Movie

Il caso di King Kong è particolarmente affascinante perché vede coinvolti due pesi massimi della creatività: da una parte il regista Peter Jackson, reduce dal trionfo della trilogia Il Signore degli Anelli, e dall'altra Michel Ancel, il geniale creatore di Rayman. Il film del 2005 diretto dal cineasta neozelandese è un'opera importante, visivamente sontuosa e che trabocca amore per il cinema classico; certo, non è una pellicola che le imbrocca tutte, ma che mette senza dubbio in campo dei valori produttivi e artistici notevoli.

Naomi Watts e Kong in una scena del film di Peter Jackson
Naomi Watts e Kong in una scena del film di Peter Jackson

Ed è qui che allora interviene il videogioco targato Ubisoft, che si dimostrò opera divertente, ansiogena e capace di concentrarsi sull'essenza più autentica dell'avventura ambientata a Skull Island. E questo anche grazie a una scelta stilistica radicale: l'assenza totale di interfaccia utente. Non c'erano infatti barre della salute, indicatori di munizioni o mirini a schermo; il risultato era un approccio realistico che oltre a immergere totalmente il giocatore nell'avventura, lo costringeva anche a ragionare prima di agire.

Ai comandi dello sceneggiatore Jack Driscoll, la prospettiva in prima persona ci faceva infatti sentire piccoli e vulnerabili contro la fauna preistorica dell'isola; la tensione era palpabile e il ritmo era gestito in maniera a dir poco magistrale, complice anche un comparto sonoro di primissimo ordine.

Peter Jackson's King Kong è un ottimo esempio di tie-in riuscito
Peter Jackson's King Kong è un ottimo esempio di tie-in riuscito

Il vero tocco di classe, sebbene riuscito a metà, risiedeva nell'alternanza tra le fasi umane e quelle in cui si prendeva il controllo di Kong: se nei panni di Driscoll il gioco era infatti un survival teso e claustrofobico, nella pellaccia del gorilla più famoso del cinema si trasformava in un'esperienza brutale in terza persona, in cui tuttavia il grado di sfida calava in modo evidente. Per farla breve, la trasposizione videoludica di Ubisoft ha preso il kolossal di Peter Jackson e lo ha distillato, rendendolo più agile, più coinvolgente e, perché no, per certi versi anche più sorprendente rispetto alla sua forma originale.

Van Helsing

Il film Van Helsing del 2004, diretto da Stephen Sommers, è l'esempio perfetto di quello che succede quando Hollywood si mette in testa di cucinare troppe icone del cinema horror in un unico calderone senza però avere una ricetta solida.

Hugh Jackman compare nella nostra lista per la seconda volta
Hugh Jackman compare nella nostra lista per la seconda volta

Il risultato fu un pasticcio rumoroso, pieno di dialoghi discutibili, passaggi soporiferi; tuttavia, in quello stesso anno, uscì un tie-in che riuscì quantomeno a fare un po' di ordine nel caos della Transilvania, perché invece di provare a replicare passo passo la struttura narrativa zoppicante della pellicola, gli sviluppatori decisero di guardare a un modello di gameplay ben preciso: Devil May Cry.

Mentre infatti il film con Hugh Jackman cercava disperatamente di assumere la forma di un'avventura epica fallendo però nel tono, il titolo distribuito da Vivendi abbracciava la sua natura di puro intrattenimento d'azione, per quanto lontanissimo dalla perfezione, questo va sottolineato.

Il protagonista si muoveva infatti sullo schermo con una fluidità e una potenza convincenti, nell'ambito di un sistema di combattimento che permetteva di concatenare lame, armi da fuoco e gadget particolari, creando così un'esperienza di gioco che alla fin fine si dimostrò sufficientemente gratificante.

Sia chiaro, stiamo parlando di un'esperienza estremamente derivativa e, come se non bastasse, minata da una gestione della telecamera da arresto immediato, ma va detto che il videogioco di Van Helsing è riuscito a costruirsi una propria identità partendo da una base che definire traballante è dire poco, e solo per questo merita una buona dose di rispetto.

The Mummy Demastered

Avete presente il film La Mummia del 2017? Quello con Tom Cruise. Il reboot con cui la Universal tentò di lanciare in pompa magna il suo Dark Universe. No? Be', non sapete quanto siete fortunati. Questo perché quello diretto da Alex Kurtzman fu progetto caratterizzato da un profondo vuoto creativo, tutt'altro che a fuoco e dall'anima puramente action che però ha disatteso le aspettative sia di chi confidava in un positivo rilancio del brand sia di coloro che volevano soltanto godersi un buon film.

Tom Cruise è apparso abbastanza fuori posto in un film come La Mummia
Tom Cruise è apparso abbastanza fuori posto in un film come La Mummia

In mezzo a questo naufragio cinematografico è però spuntato quasi dal nulla un piccolo salvagente intitolato The Mummy Demastered, sviluppato da WayForward e che, a parte il contesto, condivideva poco o nulla con il film. Tuttavia, sebbene atipico (permetteteci questa piccola eccezione), possiamo comunque considerarlo un tie-in perché il game director, Austin Ivansmith, impostò il design su informazioni tratte direttamente dalla pellicola di Kurtzman, con gli artisti di WayForward che lavorarono inoltre sui concept art del titolo dopo aver recuperato una miriade di foto dal set del film, utilizzandone circa 2000 come riferimento per gli sfondi e i personaggi.

Ma è stata soprattutto l'intelligenza artistica ad aver permesso al gioco di staccare di parecchie lunghezze il materiale di partenza: anziché tentare la strada di un prevedibile action 3D che avrebbe inevitabilmente sofferto il confronto con le produzioni tripla A, WayForward ha optato infatti per un approccio retrò, creando un metroidvania in pixel art di ottima fattura.

The Mummy Demastered si è dimostrato un vero gioiellino considerate le basi di partenza
The Mummy Demastered si è dimostrato un vero gioiellino considerate le basi di partenza

Il gioco ignora quasi del tutto le trovate narrative del film con Tom Cruise, concentrandosi invece su un'atmosfera horror-fantascientifica che ci mette nei panni di un agente segreto dell'organizzazione Prodigium impegnato nell'esplorazione di foreste, tombe antiche e tunnel infestati da creature sovrannaturali.

La varietà di armi, aree e di nemici è apprezzabilissima, così come lo è il gameplay, che premia l'accortezza, la strategia e lo studio dell'ambiente prima di agire a fucile spianato. In definitiva, oltre a essere un gioco di qualità nettamente superiore a quella del film a cui si rifà, The Mummy Demastered è la dimostrazione palese che con la giusta visione artistica e una padronanza dei propri mezzi tecnici, un piccolo team può dare vita a un prodotto riuscitissimo partendo dalle ceneri di un passo falso multimilionario.

The Mummy Demastered è soltanto partito dal contesto del film per poi imboccare una strada tutta propria
The Mummy Demastered è soltanto partito dal contesto del film per poi imboccare una strada tutta propria

Insomma, l'elenco che abbiamo appena fatto ci ricorda come il cinema e il videogioco, pur essendo media fratelli che spesso si scambiano idee e suggestioni, abbiano in realtà linguaggi profondamente diversi. Ma soprattutto è servito a evidenziare come la formula "tie-in = ciofeca" sia aggirabile grazie a una buona dose di coraggio e a uno sguardo degli sviluppatori che sarebbe meglio fosse rivolto non tanto al grande schermo quanto al controller. Che ne dite?