La recensione di Close Combat: First To Fight  0

Periodo: i nostri giorni. Locazione: Beirut, Libano. Obbiettivo: smantellare le sacche di resistenza. Uomini: 4. Un comandante: il videogiocatore. Benvenuti nel corpo dei marines di 2K Games...

RECENSIONE di Fabrizio Montebello —   10/05/2005

Il contesto delle nostre operazioni sarà quel Libano che nelle ultime settimane è stato decisamente in fermento

Milite videoludico

Drammatica Attualità
Se pur Close Combat è stato in fase di lavorazione da oltre due anni, al momento del suo rilascio sembra riuscire a cogliere nel segno dell’attualità più vicina. Il contesto delle nostre operazioni sarà infatti quel Libano che proprio nelle ultime settimane è stato decisamente in fermento. Le vicende però sono frutto di uno scenario fantasioso ma fino ad un certo punto visto che non mancano molti elementi di somiglianza con quelle che sono le situazioni in conflitto tutt’ora in Iraq. Ci ritroveremo così in uno scenario urbano (peraltro molto verosimile) in cui dovremo compiere varie operazioni militari contraddistinte sempre dalla presenza di scontri a fuoco con la guerriglia locale.

FSW e R6

Come avrete certamente già capito dalle immagini, il titolo pubblicato da 2K Games è un First Person Shooter decisamente improntato alla tattica e alla strategia in cui saremo a capo di una squadriglia a cui dovremo impartire gli ordini necessari (niente switch tra i marines: noi impersoneremo sempre e solo il “capo”) per la buona riuscita della missione. Se il background ricorda da vicino quello già visto in Full Spectrum Warrior, in realtà le dinamiche interattive possono essere facilmente accostate a quelle di Rainbow Six con i vari comandi (anch’essi molto simili) da impartire a tutta la squadra o ad un singolo marine con una interfaccia grafica (richiamabile tramite un sistema di comando molto ben studiato) che indubbiamente è accostabile a quella della serie di Tom Clancy.

Se il background ricorda da vicino quello di Full Spectrum Warrior, le dinamiche interattive possono essere facilmente accostate a quelle di Rainbow Six

XBOX vs PC

Sostanzialmente Close Combat nelle due versioni in cui è disponibile, non differisce di molto. Chiaramente le minori specifiche hardware della console di Microsoft rispetto ad un PC di ultimissima generazione, hanno provocato un abbassamento della risoluzione, una leggera perdita di dettaglio e qualche problema nel frame rate che in alcuni casi (fortunatamente poco frequenti) si abbassa decisamente. Per il resto, il porting dei comando da mouse e tastiera a joypad è stato compiuto in modo scrupoloso. Su XBOX segnaliamo la piacevole aggiunta del multiplayer off line tramite split screen fino a quattro giocatori con una sola console e ne potremo anche collegare due con il system link. Immancabile il supporto ai servizi di XBOX Live.

Estetica bellica

Passando ad un’analisi tecnica del titolo, si nota subito come i vari ritardi che hanno contraddistinto l’uscita del gioco si rendono decisamente evidenti rispetto ai titoli più agguerriti nel genere di riferimento (i soliti… Half Life e Doom 3). Se le costruzioni poligonali mediorientali sono state realizzate ottimamente e quasi tutti i contesti di gioco sono molto pieni e realistici, così come si nota un’ottima cura nella realizzazione di soldati e guerriglieri, si storce un po’ il naso notando la bassa qualità degli effetti luce, della fisica e della quasi totale mancanza di interazione con l’ambiente. Guardando il tutto da una prospettiva positiva, bisogna dire che i requisiti hardware sono decisamente alla portata di (quasi) tutti e su macchine di ultima generazione, possiamo far girare Close Combat a risoluzioni elevatissime senza alcun problema di rallentamenti. Luci ed ombre anche per la componente sonora: tutti gli effetti sono allo stato dell’arte e i dialoghi (un po’ in inglese, un po’ in arabo) sono intrisi di tensione al punto giusto. Eccessivamente reiterati invece alcuni jingle che segnano alcuni momenti topici dell’azione come l’arrivo delle forze aeree o la “pulizia” a sorpresa di una stanza.

Estetica bellica

Libano in compagnia
Prima di passare al commento finale, è il caso di spendere un paragrafo per parlare della componente multiplayer di Close Combat. Il gioco prevede due possibilità: la modalità cooperativa ed un classico death match fino ad 8 giocatori. Se quest’ultima modalità non riesce ad emergere (anche per un numero decisamente limitato di giocatori in contemporanea), la cooperativa invece dà modo a 4 giocatori di affrontare tutte le missioni in singolo controllando tutta la squadriglia. E’ proprio questo il punto forte del gioco, tanto da consigliarvi di giocarlo direttamente in compagnia per vivere First To Fight nel modo migliore sin dal primo momento.

La modalità in cooperativa (meglio se in 4) è il punto forte del gioco

Commento

Senza stravolgere, rivoluzionare o toccare apici qualitativi mai raggiunti, Close Combat si ritaglia comunque un posto al sole fra gli sparatutto tattici a squadre. Un po’ Full Spectrum Warrior (per l’ambientazione), un po’ Rainbow Six (per il sistema dei comandi), il titolo pubblicato da 2K Games è chiaramente indirizzato a chi ama gli scenari bellici caratterizzati da una forte somiglianza con la realtà (siamo in Libano, ma non sembra essere così diverso l’Iraq di questi giorni). Qualche piccolo difetto è riscontrabile in alcuni frangenti nell’intelligenza artificiale dei nostri commilitoni ed anche l’appeal visivo non è certo paragonabile agli FPS più blasonati. Nonostante questo, grazie ad una buona costruzione e varietà degli ambienti, alla tensione continua che si respira in ogni momento, First To Fight è un titolo da consigliare agli appassionati del genere (e del background ultrarealistico), soprattutto se amano giocarlo in compagnia: in modalità cooperativa (ancora meglio se in 4), Close Combat lo si vive indubbiamente nel modo migliore.

    Pro:
  • Modalità cooperativa
  • Background ultrarealistico
  • Tensione sempre elevatissima
    Contro:
  • Tecnicamente lontano dagli FPS più blasonati
  • L’IA dei commilitoni a volte va in brodo di giuggiole
  • Death match on line solo per 8 giocatori

Nel corso delle 6 missioni di gioco ambientate in locazioni interne ed esterne assolutamente ben costruite, la tensione è sempre molto elevata poiché bastano pochi istanti di secondo in cui un nostro marine o noi stessi saremo all’interno del campo visivo del nemico per essere freddati e non pensate di poter adoperare quick load & save visto che il gioco si dipana tramite l’arrivo a vari checkpoint dislocati all’interno delle varie missioni. Scordatevi qualsiasi uso di mezzi meccanici se non alcuni mitragliatori fissi che troverete di tanto in tanto: dalla vostra avrete però la “cavalleria” aerea che potrete richiamare in momenti ben precisi per spazzare letteralmente via alcuni avamposti della guerriglia. Qualche nota di demerito la dobbiamo rimarcare nei confronti dell’intelligenza artificiale che controlla i movimenti dei nostro soldati: in generale l’IA dei commilitoni è assolutamente eccellente ma in talune situazioni sembra assolutamente perdere la “testa” e comportarsi in modo del tutto irrazionale, lasciando i marines alla mercè totale dei nostri nemici. Chissà che non arrivi una patch riparatrice a riguardo…

Milite videoludico

Il rapporto fra forze militari americane e mondo dei videogiochi di anno in anno si fa sempre più stretto. Molti di voi già sapranno che alcuni titoli commercializzati per il grande pubblico nascono appositamente per ragioni promozionali a favore dell’arruolamento (operazione simile qualche anno fa è stata compiuta anche dalle nostre forze armate con un piacevole shoot’em up a scorrimento verticale distribuito gratuitamente su Internet) ma il medium videogioco viene utilizzato anche come forma di addestramento virtuale per mettere i soldati in condizione di simulare possibili situazioni che poi affronteranno nella realtà. Close Combat: First to Fight nasce come adattamento commerciale di un software appositamente realizzato per i marines capace di simulare situazioni di guerriglia urbana. Nonostante campeggi in ogni dove che questo titolo non ha ricevuto “l’approvazione ufficiale” delle forze armate americane, bisogna però dire che CC è stato plasmato con quelle che sono le regole d’ingaggio (certo che parlarne dopo il caso Calipari mette un po’ a disagio…) per tali situazioni ed anche uniformi, armi (avremo infatti la stessa identica dotazione dei marines “veri”) e linguaggio sono stati ripresi pedissequamente dalla realtà anche grazie alla collaborazione di decine di marine che in prima persona hanno dato suggerimento per la realizzazione del titolo.