Politica: è il vero tabù dei videogiochi?

C'è posto per la politica nei videogiochi? Nel nuovo episodio di N.E.R.d.D. analizziamo alcuni casi di videogiochi che si sono scontrati con tematiche politiche e sociali attuali per comprendere l'impatto dell'industria videoludica.

VIDEO di Giordana Moroni   —   10/02/2021
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I videogiochi hanno saputo negli anni sposare tematiche sempre più adulte e impegnate, dimostrando di non essere solo "giochini"... ma tra sesso, violenze e discriminazione c'è però una parola tabù nel mondo videoludico: politica. È inevitabile d'altronde perché la politica per molti è una cosa noiosa, è legata a quella sfera dell'attualità che spesso ci mette angoscia e dalla quale cerchiamo di evadere proprio con i videogiochi. Il nuovo appuntamento di Non È Roba da Donne nasce dalla vicenda GameStop, dove le azioni della catena di negozi hanno visto un'impennata attraverso una bolla speculativa di massa. Una notizia che ci fa capire un po' il mood della discussione, quindi il focus non sarà dedicato ai videogiochi che trattano tematiche politiche al loro interno, ma a quelli legati a questioni relative alla sfera della politica e dell'attualità.

DI CAMION E DI VACCINI

Riavvolgiamo il tempo di qualche settimana, verso la terza settimana di gennaio, quando SCS Software, sviluppatore dietro ad Euro Truck Simulator e l'America Truck Simulator, hanno usato per World of Trucks l'evento Hauling Hope: all'interno di questo evento a tempo limitato i giocatori avrebbero dovuto trasferire un carico estremamente delicato, rappresentato da stock di vaccini contro il Covid-19. Va detto che lo sviluppatore non è estraneo a eventi di questo tipo, ricordiamo ad esempio quelli di Big Sur, dove i giocatori dovevano consegnare materiali per ricostruire i 50 metri di highway sprofondati nell'oceano proprio a Big Sur (una località della California) e ancora quello dell'anno scorso per la ricostruzione virtuale del nostro Ponte Morandi a Genova. Parlando di vaccini, ovviamente, la situazione è presto sfuggita di mano perché non tutti i giocatori hanno apprezzato questo tipo di evento, accusando la software house di avere un'agenda politica. Ed ecco che ci ritroviamo di fronte a una discussione di rilevanza sociale che va al di fuori dei videogiochi ma che, al tempo stesso, è strettamente legata ad essi. Lo sviluppatore avrà fatto bene o male? Poteva evitare di immischiarsi in una faccenda che infiamma gli animi quanto la campagna vaccinale? È opinione di chi scrive che un evento di questo tipo, fatto proprio per portare un po' di speranza, non possa che far bene alla community ed anzi, la risposta dello SCS alle critiche, nella quale veniva detto di non volere sostenere né chi è favorevole né contrario ai vaccini, è stata eccessivamente diplomatica.

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Diversa invece la situazione di Ndemic Creations, che è partita come un voler chiaramente limitare dei danni d'immagine per poi trasformarsi in qualcosa di estremamente positivo. Ndemic Creations è lo sviluppatore di Plague Inc., noto gioco del quale siamo chiamati a creare un patogeno e sterminare la popolazione mondiale: capirete bene che durante una vera pandemia globale possono sorgere, come dicevamo, problemi l'immagine. Così lo sviluppatore ha creare un DLC chiamato The Cure, dove sostanzialmente bisogna fare il contrario di Plague Inc, trovando una cura e monitorando la diffusione del patogeno attivando quarantenne, potenziando ricerca e così via. Il tutto poi si è concluso con uno straordinario lieto fine perché con gli incassi, lo sviluppatore ha donato 250.000 dollari per sostenere la lotta contro il Covid-19.

Politica: è il vero tabù dei videogiochi?

L'OMBRA CINESE

Se pensate che questi siano esempi un po' soft, allora caviamo un po' più a fondo e riavvolgiamo il nostro calendario di ancora qualche mese, precisamente quando c'è stato l'annuncio di Call of Duty: Black Ops Cold War. CoD è una saga che negli ultimi anni ha visto numerose controversie politiche ma ciò che è stato fatto con Cold War, in particolare con la sua campagna marketing, rimane senza precedenti, una macchia indelebile che Activision Blizzard non laverà via facilmente. Qui il problema è duplice e riguarda il teaser trailer del gioco; il primo motivo è da ricercarsi nel materiale di repertorio che è stato usato per creare trailer, ovvero un'intervista del 1984 fatta da G. Edward Griffin a Yuri Bezmenov. Griffin è conosciuto per essere un cospirazionista, negazionista di HIV/AIDS e simpatizzante per l'Alt Right americana. Bezmenov invece è stato un informatore del KGB per svariati anni fino a che non disertò e passò al Canada ed anche lui è una figura molto controversa. Bezmenov infatti durante la sua carriera ha parlato a lungo delle operazioni di spionaggio russo e buona parte delle sue affermazioni sono state negli anni strumentalizzate dai cospirazionisti che promuovono la teoria del Marxismo culturale, nato come Bolscevismo culturale nella Germania nazista. Questa teoria affermava, e afferma tutt'ora, che il crescente aumento di liberali e attivisti che lottano per i diritti civili di minoranze etniche, comunità LGBTQ+ o per promuovere politiche sociali ad esempio a favore di aborto e immigrazione, sia in realtà una gigantesca black ops russa, una sovversione sociale che avviene all'interno degli U.S.A., volta a minare i veri valori della società americana: Patria, religione e famiglia.

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Ora, con tutto il materiale di repertorio storico della Guerra Fredda, proprio l'intervista di queste due persone bisognava andare a prendere un videogioco? Ci sentiamo magnanimi e ci riserviamo il beneficio del dubbio, in fondo questi due personaggi sono conosciuti principalmente negli Stati Uniti, molti di non conoscevano il retroscena culturale di questa intervista e dubitiamo fortemente che ci fosse un intento occulto dietro questo teaser, creato esclusivamente per vendere il prodotto e trasmettere ai giocatori il mood del nuovo capitolo. Negli Stati Uniti però non è passato inosservato questo teaser, quindi come rimediare alle perplessità del pubblico? Beh, stiamo parlando di Activision, quindi l'unica cosa possibile era alzare il tiro: come se la situazione non fosse già potenzialmente problematica, il teaser incriminato riportava un microscopico frammento delle rivolte di piazza Tienanmen. Dopo il suo rilascio il trailer viene completamente censurato in Cina dove le rivolte non vengono né ricordate né commemorate perché, in sintesi, il governo non le ha mai riconosciute; semplicemente, per il Partito non è mai successo. La Cina e l'Occidente condividono una lunga e a tratti buffa storia di prodotti provenienti da ovest e censurati ad est e, come era lecito immaginare, il trailer di Cold War viene censurato in Cina. Il trailer viene pubblicato in data 19 agosto 2020, dalla durata di poco più di due minuti (lo si può trovare integralmente su diversi canali Youtube) ma il teaser sulla pagina ufficiale di Call of Duty dura invece un minuto ed è stato caricati il 21 agosto; questo perché dopo la censura in Cina il trailer mondiale è stato editato, alleggerito e soprattutto privato del frame incriminato di Piazza Tienanmen.

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Un fatto che, ad oggi, rimane di una gravità imbarazzante ma che al tempo stesso non stupisce così tanto, per via di un numero, un cinque. 5 è la percentuale di opzioni che Tencent, colosso tecnologico cinese (che per intenderci detiene l'intera quota azionaria di Riot) possiede di Activision Blizzard. Una percentuale molto pesante, perché non è l'unica volta che Activision ha cercato di difendere, in modo molto goffo, gli interessi dei suoi azionisti cinesi. Il caso delle proteste di Hong Kong e dei giocatori bannati da Hearthstone in molti non l'hanno dimenticato e le scuse fatte a suo tempo da Blizzard (in un discorso dove per altro non vengono mai pronunciate le parole "Hong Kong" o "Cina"... delle scuse che potevano andar bene per qualsiasi avvenimento) non cancellano il fatto che quella fu una chiara mossa politica.

UN DIALOGO ASSENTE

Alla luce di questo esempio vanno fatte due considerazioni molto importanti, la prima propedeutica alla seconda. Per quale motivo di queste cose non si parla? Beh la risposta la risposta l'avete sotto i vostri occhi, o meglio, l'avete sotto i vostri occhi in senso figurato. Perché è molto difficile per il pubblico interessarsi e parlare di eventi che non vengono coperti in modo esaustivo dagli editori, dove una notizia di questo tipo non doveva interessare solo a noi del mondo dei videogiochi: una società americana che appoggio un certo tipo di negazionismo storico o che addirittura nega solidarietà durante una protesta civile solo per proteggere i suoi interessi finanziari capite bene che ha un peso importante, qua non stiamo più parlando di videogiochi e basta.

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Chiaramente non è una notizia così scandalosa perché di cattive condotte sul piano etico da parte di multinazionali e compagnie di tutto il mondo se ne sentono in continuazione, Activision Blizzard non è peggio di tante altre corporation: questa però non è una giustificazione a non discuterne. Purtroppo c'è questa tendenza all'interno dell'editoria (italiana, straniera, videogiochi e generalista) di riportare solo notizie che potrebbe stuzzicare l'interesse del lettore: quante volte avete aperto il vostro giornale di provincia leggendo notizie abbastanza gravi che poi non venivano riportate a livello nazionale? Stessa cosa in questo caso. Secondo: è giusto che i giocatori si interessino a queste vicende? Secondo chi scrive sì, perché i videogiochi non sono più un passatempo di nicchia, si sono aperti al pubblico di massa, sono cresciuti come industria e crescere vuol dire avere un impatto nel mondo in cui viviamo, avere un peso in questioni politiche e sociali che esulano dei videogiochi ma che comunque le riguardano. È chiaro, l'abbiamo detto in apertura, per molti di noi i videogiochi sono sono un intrattenimento, un passatempo, un modo per evadere dalla realtà. Sono la fuga da tutte quelle notizie che ci inseguono tutti i giorni e che ci angosciano: mancanza di lavoro, economia allo sfascio, tensioni politiche... perché nostro angolino di paradiso deve essere invaso da questioni che ci fanno arrabbiare? Provate a vederla così: siamo sempre i primi, noi videogiocatori, a riconoscere il valore artistico dei videogiochi e a sostenere la validità come corso professionale; se il videogioco può essere arte e lavoro (inteso come impiego), allora, per coerenza, non potrebbe essere anche politica?