Stranger Things 3, recensione terza stagione 36

La recensione di Stranger Things 3: nella terza stagione Hawkins è tornata ed è meglio di prima. Su Netflix dal 4 luglio

RECENSIONE di Valentina Ariete —   03/07/2019

Indice

Abbiamo aspettato due anni, ma ne è valsa davvero la pena: dopo l'annuncio a dicembre 2017, i nuovi episodi di Stranger Things, otto in tutto, arriveranno su Netflix il prossimo 4 luglio, giusto in tempo per il giorno dell'Indipendenza. Questa nuova stagione oggetto della recensione di Stranger Things 3, almeno dai primi cinque episodi che abbiamo potuto visionare, è, senza dubbio, la migliore: nella terza stagione Hawkins torna e non è mai stata così bella. E, a sorpresa, comica. Siamo nel 1985, in estate, l'estate dell'amore: da sei mesi, con grande fastidio di Hopper (David Harbour), Eleven (Millie Bobby Brown) e Mike (Finn Wolfhard) sono inseparabili. Fanno tutto insieme, respirano insieme, non riescono a staccare mani e bocche. Come Max (Sadie Sink) e Lucas (Caleb McLaughlin), anche se con qualche litigio in più. Will (Noah Schnapp) sembra invece fare ancora coppia con i propri demoni e non ha in realtà tutta questa passione per le ragazze: preferisce di gran lunga organizzare campagne di D&D a cui però nessuno dei suoi amici, per colpa degli ormoni impazziti, sembra voler partecipare. Per non sentirsi escluso, Dustin (Gaten Matarazzo) parla di una fantomatica ragazza, Suzie, di cui però tutti mettono in dubbio l'esistenza, anche perché il nostro futuro ingegnere preferito ama di gran lunga la compagnia di Steve (Joe Keery), che, finito il liceo, si è trovato un lavoro stagionale in una gelateria, dove mette insieme coni e coppette gomito a gomito con Robin (Maya Hawke), sveglia, tosta e intelligente. E molto, molto carina. Estate lavorativa anche per Nancy (Natalia Dyer) e Jonathan (Charlie Heaton), che hanno ottenuto uno stage presso il giornale della città. Quello che soffre più per amore è però Hopper, che le prova tutte con Joyce (Winona Ryder), troppo distratta da problemi di magneti per accorgersene. Tutti sembrano felici, tutti sembrano essersi lasciati alle spalle i terribili mostri provenienti dal Sottosopra, che Eleven ha rispedito nella loro dimensione. O forse no?

Ripartire dalle basi: scrittura e regia

I fratelli Matt e Ross Duffer, ormai portavoce della nostalgia anni '80 in tv, hanno fatto l'unica cosa sensata: dopo il grandissimo e inaspettato successo della prima stagione si erano fatti prendere la mano, confezionando un secondo ciclo in fretta, un po' annacquato, poco curato nella scrittura e anche nella fattura, spezzando un po' l'incantesimo creato con la prima. Capito l'errore, si sono quindi presi il loro tempo, ripartendo dalle basi: scrittura e regia. Mettendo al centro di tutto gli elementi più forti di Stranger Things, ovvero l'atmosfera nostalgica per un periodo e una cultura ben precisa - quella nerd - e i personaggi, hanno confezionato una storia che esalta ai massimi livelli entrambi. Gli amanti delle citazioni ne troveranno di nuovo moltissime (dai poster di Ritorno al Futuro e La cosa appesi ai muri, alle peripezie di Indiana Jones fino a quella, veramente geniale, di Terminator), ma questa volta sono anche totalmente funzionali alla storia, anzi, essenziali.

Dialoghi brillanti (che ricordano molto quelli di Joss Whedon nel cult - anni '90, ma è un dettaglio - Buffy l'ammazzavampiri), tempi comici perfetti, dettagli che sembrano solo in apparenza messi lì per caso per poi invece tornare in seguito, concatenandosi alla perfezione: finalmente! Di stesso passo la regia, che si fa più curata, anzi, sperimenta, gioca con inquadrature e lenti, crea fotogrammi che sembrano quasi tavole di un fumetto, e la fotografia, dai colori brillanti (la cupezza della seconda stagione è per fortuna un ricordo), per non parlare del set design, studiato al millimetro.

Anche i temi sono più maturi: se prima Stranger Things era un puro prodotto di intrattenimento, che giocava consapevolmente con l'effetto nostalgia, qui il tiro si alza, perché dall'infanzia ci si butta a capofitto nell'adolescenza: c'è dunque spazio per i complicati rapporti uomo-donna, per la difficoltà a imporsi nel mondo del lavoro quando si è giovani e in particolare di sesso femminile (il dialogo tra Nancy e sua madre è uno dei momenti più toccanti dell'intera serie), per la difficoltà di crescere, soprattutto quando gli altri sembrano essere anni luce avanti a te, e per il difficile percorso della scoperta di sé. Guardarsi dentro e scoprirsi diversi da ciò che si credeva può essere più spaventoso che trovarsi faccia a faccia col Demogorgone.

Gli amici non mentono

Se il lato tecnico è finalmente di altissimo livello (anche gli effetti speciali hanno fatto un balzo in avanti), sono però i personaggi il cuore pulsante di questa serie, che sembra veramente una rimpatriata tra amici ogni volta che ci troviamo a guardarla. I ragazzi sono cresciuti, tutti bene: bravi, belli, pieni di carisma. Vederli alle prese con i primi problemi amorosi ci ha fatto quasi sentire dei fratelli maggiori. Non possiamo più fare a meno di loro e non possiamo non voler loro bene. Chi ci ha rubato il cuore però è il detective Hopper: unica figura paterna, pieno di contraddizioni, dubbi e insicurezze, è lui quello che vorremmo continuamente abbracciare e a volte che ci abbracciasse, con le sue braccia forti e rassicuranti. Attenti però a non farlo arrabbiare: e in questi episodi capita molto spesso.

Se Dustin, Steve e gli altri sono ormai come fratelli e amici, è amore a prima vista anche per due nuovi personaggi, ovvero Robin (interpretata dalla figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke, di cui ha preso di entrambi i lati migliori, per un miracolo genetico) e soprattutto Erica (Priah Ferguson): non anticipiamo nulla di questa new entry, per non rovinare la sorpresa, ma possiamo dire che tanto carisma e simpatia in una sola bambina si sono visti raramente. Il suo motto "free ice-cream for life" già lo vogliamo stampato sulla maglietta.

Stranger Things: verso l’infinito e oltre

Sperando che il finale di Stranger Things 3 non rovini quanto di eccellente visto nei primi cinque episodi, se Stranger Things è diventato (in soli due anni) questo gioiello di commedia horror, ci auguriamo allora che continui ancora per un po', per esplorare ancora di più questo mondo affascinante fatto dei nostri ricordi, delle canzoni, dei giochi e dei fumetti che amavamo (e amiamo tutt'ora), ma soprattutto dell'amicizia tra questi personaggi che, ormai con pochi sguardi, ci raccontano cose che forse abbiamo dimenticato, ma che, una volta viste sul piccolo schermo, tornano immediatamente in superficie con una potenza e una forza tali da farci stare bene.

Multiplayer.it

8.5

Abbiamo aspettato due anni per Stranger Things 3 e come abbiamo visto nella recensione ne è valsa la pena: i fratelli Duffer hanno imparato dai loro errori, si sono rimboccati le maniche e sono ripartiti dalle basi: sceneggiatura e regia. Scritto come una commedia horror, Stranger Things 3 ha i dialoghi brillanti di Buffy l'amazzavampiri uniti a un effetto nostalgia irresistibile, che questa volta diventa vero e proprio protagonista della storia, con situazioni geniali. Forti di una folta schiera di personaggi che abbiamo amato immediatamente, quasi fossero fratelli o vecchi amici (da queste parti adoriamo Dustin e Hopper su tutti), questi nuovi episodi possono contare anche su almeno due facce nuove che diventeranno immediatamente le preferite del pubblico. Tirando un sospiro di sollievo, seguito da uno di gioia, lo possiamo dire con certezza: la terza stagione di Stranger Things è la migliore.

PRO

  • I due anni di pausa sono serviti: scrittura e regia sono migliorati esponenzialmente
  • Il tono comico dato a questi episodi è irresistibile e funziona alla perfezione
  • Ritrovare personaggi diventati immediatamente di casa è bello, ma anche i nuovi vi faranno innamorare

CONTRO

  • Quanto visto nei primi cinque episodi è ottimo: speriamo che il finale sia all'altezza

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