Il simbolismo di Shadow of the Colossus 77

Un gioco che regala profonde lezioni sul significato della vita

SPECIALE di Giordana Moroni   —   01/02/2018
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Shadow of the Colossus è un titolo cult diventato fin da subito importantissimo nella storia dei videogiochi e che ha stregato nel corso del tempo migliaia di giocatori. Nonostante la sua imprescindibile presenza nella collezione di ogni gamer che si rispetti, la seconda opera di Fumito Ueda è caratterizzata da un intricato concept, una stratificazione di livelli di letture non sempre facili da decifrare; ogni elemento presente nel titolo non ha solo un ruolo funzionale nell'ambito in cui è inserito, dal gameplay alla trama, ma nasconde profonde lezioni di vita. (Attenzione: spoiler più avanti)

Sentimenti faticosi

La trama del gioco è la più semplice delle fiabe: un giovane errante dal nome sconosciuto intraprende un viaggio verso un luogo proibito, per compiere un rito magico che possa riportare in vita una ragazza alla quale è legato. L'eroe affronta una serie di ardue prove, scontrandosi e uccidendo sedici mostri dalle dimensioni imponenti e, alla fine, compie il sacrificio più grande: cedere la sua stessa vita in cambio di quella dell'amata. Ico e The Last Guardian, che rispettivamente precedono e seguono Shadow of the Colossus, possiedono un andamento narrativo meno lineare (specialmente The Last Guardian) ma al tempo stesso i tre titoli affrontano un tema unico perché tutte le storie di Fumito Ueda parlano d'amore.

Da una parte vi è quello che lega Ico a Yorda e il protagonista di The Last Guardian a Trico, un amore fraterno e condizionato da reciproca fiducia che il videogiocatore vede nascere sullo schermo a seguito di una situazione avversa che lega i due sconosciuti. Quello tra The Wander e Mono invece è un amore diverso, anzi, pregresso. Non ci è dato sapere cosa leghi il giovane eroe alla ragazza, se un profondo sentimento romantico o un amore nato da vincoli di sangue, ma è chiaro a chiunque che il vincolo tra i due è forte e incondizionato. Questo è il punto di partenza per capire tutti gli elementi costitutivi del gioco: Shadow of the Colossus è un'enorme metafora sull'amore, un sentimento puro e bellissimo ma che porta con sé un fardello pesante. Il viaggio del protagonista in questo senso non è altro che un pretesto per rappresentare gli ostacoli che un cuore innamorato deve valicare, prove così dure da sembrarci talvolta insormontabili colossi di pietra. Amare è faticoso, una fatica che il giocatore stesso prova durante gli scontri contro i colossi; questi non sono semplici incontri boss dove basta "picchiare il mostro" per portare a casa la vittoria. Ogni singolo gigante va abbattuto con astuzia e pazienza e la risoluzione della disputa può concludersi solo dopo aver ragionato attentamente su come procedere.

L'analisi del nemico richiede lunghi minuti e i combattimenti sono intensi ed estenuanti, tanto da far tirare un sospiro di sollievo al giocatore. Con questi scontri sembra quasi che lo sviluppatore cerchi di fornire un insegnamento a chi sta impugnando il pad: i problemi della vita vanno prima capiti e solo dopo affrontati fino alla risoluzione, anche se questo significa spenderci energie o provarci più volte dopo essere finiti per terra, cosa che in Shadow of the Colossus succede letteralmente. Ma l'insegnamento continua perché non esiste la vittoria assoluta, c'è sempre un lato oscuro anche nel momento più gioioso, rappresentato nel gioco dal senso di colpa che la disfatta dei colossi ci trasmette. Vedere quei giganti cadere sotto i colpi della nostra spada, accasciarsi agonizzanti e privi di vita ci fa sentire male, del resto loro cosa c'entrano in tutto questo? I colossi in realtà non sono nemmeno nemici, non sono creature maligne che minacciano vite innocenti, sono esseri erranti confinanti in una landa disabitata. Il nemico in realtà è Wander.

L'amore ci trasforma e sovverte tutte le regole perché quando si ama non esiste il giusto o sbagliato ma solo la persona che noi amiamo. Gli ostacoli che l'amore pone nelle nostre vite non sono solo scontri perché talvolta anche l'assenza è una prova dura da affrontare: tra un colosso e l'altro il gioco propone lunghe sessioni nel quale il protagonista, perso in una mappa sconosciuta, deve trovare la strada verso il prossimo scontro. La mancanza di elementi riempitivi, come missioni secondarie, è un vuoto voluto ed eloquente che rappresenta la solitudine. Se si è fortunati però non è detto che questo viaggio fatto di sfide e smarrimento debba essere affrontato da soli e in effetti il protagonista non è mai per conto suo: al suo fianco c'è il destriero Agro, amico fedele ed inseparabile che accorre nel momento del bisogno noncurante del pericolo.

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Amore e morte

Quando l'amore è puro e sincero è capace di spingere coloro che lo sentono ardere nel loro cuore a sacrifici estremi: all'inizio del gioco il protagonista viene messo in guardia sul prezzo che dovrà pagare per portare a compimento il rito, ma questo di certo non lo frena. Shadow of the Colossus abbandona proprio nel suo momento finale la metafora dell'amore per spingersi oltre e toccare un'altra grande certezza della vita. Il punto cruciale come sempre non è ciò che viene mostrato o ciò che viene detto ma, trattandosi di un videogioco, ciò che viene giocato. La sequenza finale, dove Wander viene risucchiato dallo specchio d'acqua nel quale Emon getta la spada finisce solo se il giocatore si rassegna a quella forza trascinante: ci si può sforzare fino a far sanguinare le dita ma non c'è verso di sfuggire a quel momento, l'unico modo per passare oltre e completare l'avventura è arrendersi. Per quanto fastidioso da accettare per il giocatore, questa è la giusta conclusione del racconto, del resto il protagonista, e con esso il giocatore, era stato avvisato delle conseguenze che avrebbe portato il compimento del rito.

Ma in questa fase c'è un'altra terribile lezione che Shadow of the Colossus ricorda al giocatore: quella alla quale assistiamo è sostanzialmente la morte di Wander, una morte che come tale non può essere evitata... perché tutti nella vita nasciamo, amiamo e moriamo. Il finale interattivo del gioco ci ricorda che alcuni eventi dolorosi della vita, prima tra tutte la morte, possono essere superati solo se li si accetta e non c'è nulla che poteva essere detto o fatto per cambiare il corso del destino. La prima volta che si affronta il finale di gioco la domanda che viene spontanea farsi è "avrò tralasciato qualcosa? Un colosso segreto, dei collezionabili magari" ma no, non c'è nulla che si può fare se non accettare il corso degli eventi, anche se abbiamo lottato, faticato, vagato invano ma soprattutto amato. Il perfetto contrappasso, visto che durante il corso dell'avventura non abbiamo fatto altro che spostarci da una meta all'altra: alcune volte vale la pena lottare mentre in altre la fatica più grande è fermarsi e restare a guardare. Come per la disfatta dei colossi, momento apparentemente gioioso ma dal sapore amaro, anche le scene durante i crediti vogliono mostrarci il lato positivo di un avvenimento tanto avverso.

Perché si, il Wander che conosciamo è morto ma il suo sacrificio gli ha permesso di rinascere come infante e nelle ultime scene vediamo una rediviva Mono cullare il bebè. Amare è faticoso perché un atto d'amore è un gesto costruttivo: quando noi amiamo creiamo rapporti, costruiamo ponti verso il prossimo, edifichiamo una casa per il nostro cuore e anche dopo aver affrontato un lutto, un momento nero, la perdita sarà meno dolorosa perché non saremo soli proprio come Wander, alla fine, ritrova la sua Mono. Nessun videogioco è stato capace di raccontare in modo più poetico temi universali come l'amore, la morte e tutti gli altri ineluttabili eventi che rendono una vita meritevole di essere vissuta. Ecco perché Shadow of the Colossus rimarrà per sempre scolpito nella storia dei videogiochi.