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I supereroi al tempo di Dispatch

In questo speciale esploriamo la strana piega che i supereroi hanno preso a partire dalla fine dello scorso millennio fino ad arrivare al più recente Dispatch.

SPECIALE di Mattia Pescitelli   —   24/01/2026
Lo Z-Team raccolto attorno le opere che lo hanno forgiato
Dispatch
Dispatch
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Se dovessi chiedere a mio nonno di nominare un supereroe, lui mi risponderebbe Nembo Kid senza pensarci due volte. Molti si staranno chiedendo che razza di riferimenti culturali si annidano nel mio albero genealogico, ma la risposta sta tutta nella necessità di adattamento figlia di un'epoca a noi cultori dell'oggi ignota e viva solo nelle uscite a cena inoltrata di parenti con un bagaglio molto più pesante del nostro sulle spalle. Nembo Kid è stato, infatti, il nome di Superman per quasi vent'anni, dal 1954 al 1970, quando la distribuzione in Italia del personaggio a fumetti DC è passata nelle mani di Mondadori e della sua collana "Albi del Falco".

Nembo Kid, alias Superman
Nembo Kid, alias Superman

Questo piccolo aneddoto ci serve per introdurre un tema che sta diventando sempre più centrale nel panorama dell'intrattenimento (e di riflesso in quello sociale che lo alimenta): la figura del supereroe.

Dall'esordio su Action Comics nel 1938 ne è passata di acqua sotto i ponti, ma nel momento in cui si pensa alla figura del supereroe il primo nome a balzare alla mente dei più è sempre quello, l'originale, colui che ha dato il via a una macchina di fascinazione senza limiti: l'uomo d'acciaio. Non è il più amato, non è il più letto, però è il simbolo per eccellenza, la quintessenza del superuomo ricercato, nel bene e nel (molto) male, da generazioni di sognatori e visionari di un'utopia più o meno distorta in grado di incutere al contempo timore e speranza. Una divinità, in soldoni. E se questa idea è ancora viva nella maggior parte dei casi, qualcosa a livello socioculturale è cambiato.

I supereroi non sono più così super. O, meglio, lo sono, ma non nell'idea pettinata con cui si sono delineate queste figure (non tutte, ma diverse) ai loro albori. I supereroi hanno subito una graduale trasformazione in contesti paralleli a quelli dei grandi fumetti che li hanno resi celebri. È entrato in gioco uno spessore che allontanava i personaggi dall'azione fisica e li esplorava maggiormente sul piano psichico ed emotivo.

A fare la differenza è stata senz'altro la serie a fumetti di Watchmen, scritta da Alan Moore e disegnata da Dave Gibbons nel 1986, un'opera che parla di paladini della giustizia moralmente grigi, la cui posizione non è più così a fuoco, in cerca di riscatto o in eterna lotta con se stessi e il proprio passato.

Rorschach in una delle vignette più sublimi di Watchmen
Rorschach in una delle vignette più sublimi di Watchmen

Tuttavia, la vera chiave di volta che ha dato il via a un fenomeno dal quale non si tornerà indietro facilmente è stato l'esordio nel 2006 di The Boys, dalla penna di Garth Ennis e i pennelli di Darick Robertson, uno schiaffo (per non dire altro) al mito del supereroe, divinità contemporanee al soldo del bene umano. In quella che poi è diventata una delle serie più di successo distribuite da Amazon Prime Video, la forza dell'opera sta nella sua irriverenza e nel modo in cui demolisce spudoratamente un'icona che pareva inattaccabile.

Passando per l'apprezzatissimo Invincible, saga fumettistica firmata da Robert Kirkman e illustrata da Cory Walker e Ryan Ottley (anche questa traslata sul piccolo schermo con discreta maestria), si arriva all'oggi e all'ultimo fenomeno sulla lista molto lunga di stravolgimenti nel mondo dei super: Dispatch, un compendio di quanto visto e imparato fino a questo momento in un formato che mette in dialogo i più svariati mondi dell'audiovisivo, dalla serialità ai nostri beneamati videogiochi. E proprio questo sarà l'inganno acheo con cui faremo breccia tra le mura che cingono l'immagine del supereroe nell'età contemporanea.

Una storia lineare

Dispatch, titolo d'esordio di AdHoc Studio, progetto nato dalle ceneri di quello che era TellTale Games prima della chiusura e riapertura pre-pandemica, ha riscosso un successo incredibile, mettendo quasi tutti d'accordo sulla qualità audiovisiva del titolo, un po' meno su quella videoludica. Ma non siamo qui per parlare di meriti e demeriti nel suo posizionamento come opera mediale, quanto delle tematiche che affronta e del modo in cui lo fa.

Blonde Blazer, entusiasta sostenitrice del Phoenix Program
Blonde Blazer, entusiasta sostenitrice del Phoenix Program

La storia alla base di Dispatch è molto semplice e ancorata a trovate narrative da manuale, ma fa ciò in un momento storico in cui il racconto in quanto tale nei videogiochi cerca in tutti i modi di barcamenarsi tra lo spazio-tempo in maniera imprevedibile e fuori dall'ordinario.

Inaspettatamente, ciò consente a una storia più o meno dritta, con un suo obiettivo ben preciso e dichiarato, di spiccare e accontentare una più vasta fetta di pubblico, che si ritrova appagato da un racconto di facile lettura, senza sacrificare, per questo, la qualità della scrittura e il modo in cui viene messa in scena e resa peculiare. Molto è sicuramente frutto dell'impostazione cinematografica del progetto, ma questo atto "sovversivo" alle tendenze del mercato è simile a quello che sta prendendo piede un poco alla volta in un contesto di sovraffollamento supereroistico.

Esubero di eroi

Lo sappiamo, quando da qualche parte spicca il successo, tutti vogliono provare a prenderne una fetta, fino a che non sono rimaste che le briciole da spartirsi. Il fenomeno dei supereroi nella cultura contemporanea ne è un esempio lampante.

L'umano come intruso in una società di supereroi
L'umano come intruso in una società di supereroi

Da quando Disney ha capito che il pubblico era interessato a tizi in maschera che svolgono le più improbabili imprese davanti a uno schermo blu rimpiazzato, poi, da elementi in computer grafica, ogni settore dell'intrattenimento di massa ha subito una sorta di isteria generalizzata, andando a rincorrere una tendenza che ha saturato il mercato nel giro di pochi anni e portando a prodotti sempre più scadenti, capaci di attirare il pubblico in sala quasi esclusivamente grazie alla paura di quest'ultimo di perdersi qualcosa per strada.

Insomma, hanno puntato tutto sull'insicurezza dell'avventore odierno, terrorizzato dalla possibilità che, in questo contesto sociale in così rapida evoluzione, possa venire escluso da un ipotetico dialogo collettivo, divenendo reietto in una comunità che non si fa problemi a ostracizzare chi è rimasto indietro e a tagliare queste "erbacce" fuori dal discorso.

Robert, Royd e Invisigal, tre volti chiave di Dispatch
Robert, Royd e Invisigal, tre volti chiave di Dispatch

Uno degli effetti dell'offerta che supera di anno in anno la domanda è, però, una certa diffidenza e nausea nei confronti di queste e altre tendenze dalla miccia corta. Il pubblico (non tutto, ma una buona fetta) inizia a provare antipatia per ciò che gli viene forzato e dà il via a un boicottaggio più o meno consapevole che si diffonde a macchia d'olio, fino ad arrivare alle orecchie di coloro che hanno i mezzi per soddisfare i desideri dei potenziali clienti insoddisfatti dalla proposta attualmente a disposizione.

Nel nostro caso, ciò si traduce in produzioni meno industriali e più meditate, capaci di andare nel particolare per provare a velare la loro origine da catena di montaggio. I supereroi si spogliano della perfezione e mostrano le cicatrici dell'umano, mettendo in primo piano la ricerca emotiva rispetto a quella spettacolare e donando, così, all'azione fisica una valenza empatica di tutt'altra portata.

Eroi in cerca dell'umano in Dispatch e altre opere risonanti
Eroi in cerca dell'umano in Dispatch e altre opere risonanti

Esempi di ciò li abbiamo trovati nella saga dei Guardiani della Galassia, in Logan, Joker, The Batman, ma in tempi non sospetti, prima della grande ascesa degli universi cinematografici, anche in Spider-Man di Sam Raimi e nella trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan.

Produzioni, queste come molte altre, che mettono in discussione la figura del paladino dai poteri ultraterreni e ne esaltano i punti d'ombra, mostrando quel grigiore di fondo negli intenti e nei loro manifesti di vigilanti, reietti, criminali capaci di trovare nella giustizia nicchie e passaggi segreti al limite della moralità. Questa via, quella del supereroe come figura ambigua, sia chiaro, non è quella giusta da percorrere. Tutte le vie sono valide fino a che rimangono nella portata del sentiero. È difficile, invece, che riescano a trovare qualcosa di originale da dire quando si fanno autostrade.

Noi supereroi

Tornando nel contesto di Dispatch, il titolo di AdHoc Studio svolge con i personaggi un lavoro comune a diverse altre proposte editoriali provenienti dal mondo del fumetto e in seguito approdate su grande o piccolo schermo. Tra queste le già riportate The Boys e Invincible, ma è lecito citare anche Kick-Ass di Mark Millar e John Romita Jr., Spawn di Todd McFarlane e, ovviamente, il Deadpool di Fabian Nicieza e Rob Liefeld.

Il sottile confine dell'antieroe racchiuso in Invisigal
Il sottile confine dell'antieroe racchiuso in Invisigal

Il super scompare ed entra in campo l'anti. Quelli che si sono delineati a partire dall'ultimo quarto dello scorso secolo sono eroi non solo macchiati, ma proprio insozzati dal proprio agire e dalla convivenza con la propria condizione sovrumana. Sono caratteri di difficile delineazione, nati torti e (in alcuni casi) raddrizzatisi con il tempo unicamente per andare incontro a esigenze di vendita e posizionamento sul mercato.

Gli inamovibili, tuttavia, hanno trovato terreno florido in quella frangia culturale che apprezza quando l'opera si fa satira di se stessa e del mondo dal quale attinge.

Chase e il dilemma del bene comune su quello individuale
Chase e il dilemma del bene comune su quello individuale

Tutti questi prodotti mettono sul piatto la sottile linea che separa noi, i comuni mortali, da loro, i supereroi per coincidenza, i cui poteri diventano spesso maledizioni, per loro o per chi li circonda. Da protagonista, la figura del supereroe si fa antagonista, contrastata solo da chi ha tutte le probabilità a proprio svantaggio.

Dispatch parte proprio da queste premesse e crea un conglomerato di caratteri molto specifici, tutti con delle peculiarità degne dei manuali di sceneggiatura, capaci di mettere in risalto pregi e difetti di coloro attorno ai quali i fili del destino diegetico hanno deciso di aggrovigliarsi inestricabilmente.

Lo Z-Team

La narrazione di Dispatch gira attorno a un gruppo sgangherato di super-individui dal passato più o meno turbolento. Proprio come evidenziato dalla parte più prettamente videoludica dell'opera, ogni personaggio ha dei punti di forza e delle debolezze, elementi spesso esternati proprio dai poteri che li caratterizzano.

La ragazza invisibile disadattata
La ragazza invisibile disadattata

Invisigal è una ragazza invisibile che trova nell'isolamento e nel distacco la matrice della propria esistenza, esule volontaria capace di rivelare la sua presenza solo quando smette di tenere tutto forzatamente dentro di sé, aria compresa.

Blonde Blazer è una supereroina i cui poteri e la cui sicurezza sono legati alla pietra che indossa quasi costantemente, una maschera che esita a togliersi per paura che chi la circonda non accetti la sua vera identità solo perché castana, specchio di una società che vive di insicurezze e di paranoie nei confronti di ogni aspetto della propria persona.

La supereroina che ha paura di levarsi la maschera
La supereroina che ha paura di levarsi la maschera

Flambae è il bulletto che nasconde l'irresolutezza sotto la spocchia e che si scalda (letteralmente, è il caso di dirlo) non appena il suo castello di carte viene scalfito dalla minima forza di resistenza contro i suoi attacchi fisici e verbali.

Phenomaman, al contrario, è il super più super di tutti colpito per la prima volta dalla sua kriptonite: il venire a patti con l'emotività umana. Impossibilitato a vedere e comprendere le più basilari interazioni sociali attraverso il suo approccio analitico, cade in una spirale di depressione gargantuesca che mette il Superman di turno nella posizione più vulnerabile.

Phenomaman, il tragico Superman di Dispatch
Phenomaman, il tragico Superman di Dispatch

A ogni potere corrisponde, poi, quasi sempre un contraltare negativo o un ironico ossimoro. Invisigal, per esempio, è un'asmatica che può utilizzare il suo potere solo quando smette di respirare. Chase è l'uomo più veloce della terra, ma ogni millesimo di secondo che passa mentre usa il suo potere sono minuti della sua vita che scorrono inesorabilmente verso la mezzanotte.

Sonar si trasforma saltuariamente da pipistrello in giacca e cravatta a pipistrello (gigante) e basta. Golem è un costrutto empatico in cerca di affetto e vicinanza, cosa difficile da trovare quando non si riesce neanche a passare attraverso le porte di un locale.

Golem, il membro della squadra che aspetta sempre fuori
Golem, il membro della squadra che aspetta sempre fuori

E Robert Robertson siamo noi, super senza poteri. L'unica cosa che ci contraddistingue dal nostro vicino è la fortuna di famiglia, il potere ereditato o acquisito in anni di lavoro, non un miracolo fortuito o un'estrazione vincente alla lotteria genetica. Non a caso è il protagonista della storia, una che cerca di mettere in luce le qualità umane su quelle sovrumane, dove la comunicazione e il lavoro di squadra sono più forti di qualsiasi avversità mutante.

Questo è ciò che tali narrazioni vogliono mettere in luce (oltre alla feroce satira che attacca e dissacra le tradizioni sedimentatesi con troppa supponenza nell'immaginario collettivo): la vittoria dell'ordinario sullo straordinario.

Robert Robertson, l'umano tra i superumani
Robert Robertson, l'umano tra i superumani

Portando il divino sul piano terreno, gli autori contemporanei (anche all'interno dei contesti presi d'assalto dalle incursioni indipendenti, ovvero Marvel e DC Comics), cercano un gancio ancorato a quella parte di pubblico disillusa dalla grandezza sconfinata e inarrivabile di un salvatore dalla pelle d'acciaio che non ha rivali. La società ha cambiato i suoi valori e spostato i riflettori dalla collettività all'individualità.

In queste nuove storie la speranza si fa plausibile, quasi a portata di mano. E i lettori, gli spettatori, i giocatori riconoscono negli occhi dietro la maschera uno sguardo familiare, che pare loro di aver visto poche ore prima sul volto di un passante che prendeva la metro o, magari, nel ghigno del collega al giornale che non ne combina mai una giusta o anche nello specchio quella mattina, costantemente ammantati da una quotidianità che, in qualsiasi momento, potrebbe tramutarsi in materia che ha dell'incredibile.