La recensione di Ore 15:17 - Attacco al treno  41

Il film di Eastwood somiglia a un videogioco, nel bene e nel male

RECENSIONE di Valentina Ariete —   13/02/2018

A 87 anni, quasi 88, ci si aspetta che una persona si limiti a fare il/la nonno/a, seduto/a in poltrona con una copertina sulle ginocchia, mentre guarda distrattamente un programma in tv. Clint Eastwood invece non è ancora pronto per andare a letto presto dopo aver mangiato una minestrina. Se proprio ce lo dobbiamo immaginare seduto ad aspettare, lo vediamo bene adagiato su una sedia a dondolo, a guardia di un portico, con un fucile in mano e un sigaro in bocca. E in un certo senso Eastwood è davvero un guardiano del cinema, almeno di un certo tipo, legato a un'epoca classica e allo stesso tempo sempre pronto a sperimentare, a rinnovarsi, a provare strade nuove, per portare avanti la sua idea di cinema, che è quella della celebrazione dell'uomo medio, magari non particolarmente brillante o istruito, che però sa agire quando le circostanze lo richiedono. Tutta l'ultima produzione del regista di San Francisco affronta questo tema: quello del "fattore umano" in grado di ribaltare completamente una situazione che, sulla carta, sembra già scritta.

Eastwood stupisce facendo una scelta inaspettata

Dopo American Sniper (2014) e Sully (2016), entrambi su due figure contemporanee che sono diventate simbolo del patriottismo e dell'idea di eroismo americani - il cecchino Chris Kyle e il pilota Chesney Sullenberger - Eastwood ha deciso di portare sul grande schermo l'autobiografia di Spencer Stone, Anthony Sadler e Alek Skarlatos (The 15:17 to Paris: The True Story of a Terrorist, a Train, and Three American Heroes), tre ragazzi che, il 21 agosto 2015, mentre erano in vacanza in Europa, hanno sventato, a mani nude, un attacco terroristico sul treno Thalys numero 9364 diretto a Parigi. Grazie a una buona dose di coraggio e alla loro preparazione (due di loro, Stone e Skarlatos, sono nell'esercito, rispettivamente nell'Air Force e nell'Army National Guard), i tre ventenni hanno disarmato e immobilizzato il coetaneo Ayoub El Khazzani, armato di un un fucile d'assalto AKM, pistola e un coltello, che stava per fare una strage, visto che il treno trasportava 554 passeggeri. A un primo sguardo Ore 15:17 - Attacco al treno, nelle sale italiane dall'otto febbraio, potrebbe sembrare l'ennesima celebrazione dello spirito americano, un film d'azione come tanti confezionato ad arte per fare campagna elettorale. O al massimo un prodotto di puro intrattenimento. Non è così: Eastwood, con un vero colpo di coda, decide di percorrere la strada più imprevedibile e inaspettata, realizzando un film che sembra in parte finzione e in parte documentario, ma che in realtà ha molto più in comune con i videogiochi che non con il cinema classico. Per interpretare i tre protagonisti il regista ha infatti scelto di ingaggiare non star famose e di richiamo, ma i veri eroi di quel giorno, chiamati a rivivere non solo quei minuti che hanno cambiato per sempre la loro esistenza, ma anche la loro vita.

Come in un videogioco

In Ore 15:17 - Attacco al treno Eastwood alterna i momenti dell'attacco con flashback della vita dei tre protagonisti: cresciuti a Sacramento, in California, Spencer Stone, Anthony Sadler e Alek Skarlatos sono diventati amici alle elementari, alunni di una scuola cattolica, allevati, da madri single, con la Bibbia sotto il cuscino, il poster di Full Metal Jacket (e di Lettere da Iwo Jima dello stesso Eastwood, anche se è una licenza poetica) alle pareti e pistole giocattolo nell'armadio. Non particolarmente brillanti negli studi, il film mostra il loro vivere da persone comuni, prima, nel caso di Stone, come commessi in un negozio, poi alla disperata ricerca di un senso da dare alla propria vita, in attesa che "un destino più grande", a cui sentono (e sperano) di essere destinati, si compia. L'idea geniale del regista sta nel raccontare la storia attraverso il loro punto di vista, arrivando a costruire il film come un susseguirsi di ricordi, che si alternano, a volte anche senza un senso logico ferreo, proprio come se, in quei pochi secondi di panico e terrore sul treno, tutta l'esistenza di Spencer e soci scorresse loro davanti agli occhi, dimostrando come ogni esperienza, ogni fallimento, li abbia portati a essere pronti a reagire di fronte al pericolo. Con piccoli tocchi quasi subliminali (il colore rosso di una lattina, il rumore del trolley dei ragazzi contrapposto a quello della zip dell'attentatore, solo per citarne alcuni), Eastwood lavora sulla memoria intesa non come documentazione storica dei fatti, ma come flusso di coscienza, creando un'esperienza sinestetica, in cui sapori, odori, rumori e immagini si mescolano l'un l'altro, arrivando perfino a girare la sequenza sul treno senza profondità di campo, proprio come vedono gli occhi di Spencer, scartato come pilota perché privo di questo senso. In questa ottica, anche la rappresentazione da cartolina di Italia, Francia e Germania ha una spiegazione: è quella di tre turisti americani non particolarmente colti, che ai monumenti preferiscono farsi i selfie con belle ragazze e mangiare gelato.

Guardando il film sembra davvero di giocare a un videogame in cui il protagonista, a seconda delle sue scelte, passa al livello successivo, fino allo scontro finale: solo che questa volta si parla di fatti reali, che non vanno consumati e archiviati in fretta, ma salvati su una memory card collettiva: Eastwood gira per immagini la sua critica alla società contemporanea, che ha definito, in un'intervista che ha fatto discutere, composta da "rammolliti". Di fronte a un periodo di cambiamento e pericolo, non contano solo l'istruzione e la teoria, ma anche l'essere pronti ad agire e a fare qualcosa. Un pensiero che magari non tutti condividono, ma che non va bollato come reazionario o guerrafondaio solo perché non si è d'accordo, anche perché Eastwood ha dimostrato, nel corso della sua lunga carriera, di essere molto più raffinato di così nell'esprimere le proprie idee. Il fatto che il regista metta a confronto dei coetanei, vicini non nella religione ma nella forza della loro fede, tutti pronti ad agire, anche se con intenti completamente opposti, dovrebbe rendere chiaro come Eastwood non abbia fatto un film retorico, ma una pellicola che tenta di parlare al mondo di oggi, con un linguaggio moderno, cercando di far riflettere sul fatto che, se non siamo pronti a fare qualcosa, ci sarà sempre qualcun altro pronto a farlo al posto nostro. L'importante è capire, a prescindere da fede, cultura, sesso ed età, per quale fine agire: se per difendere l'umanità o per colpirla.

Clint Eastwood racconta una storia di eroismo americano contemporaneo, quella dello sventato attentato del 21 agosto 2015 sul treno per Parigi , facendola interpretare ai veri protagonisti, chiamati a rivivere quei pochi minuti che hanno cambiato per sempre le loro vite e a ricostruire momenti fondamentali del loro percorso su un set. Il risultato è un film spiazzante, che somiglia più a un videogioco che a un documentario, e testimonia la voglia di sperimentare di uno dei grandi registi del cinema contemporaneo.

PRO

  • La scelta di far interpretare i tre ruoli principali ai veri protagonisti della vicenda, tra finzione e documentario
  • La voglia di sperimentare di Eastwood trasforma il film in un ibrido tra generi ed espedienti visivi
  • Adattando la macchina da presa al punto di vista dei protagonisti, il regista rende il film molto più vicino a un videogioco che non a un documentario

CONTRO

  • Il rispetto del punto di vista di tre ragazzi in viaggio rende didascalica e piatta la parte centrale in cui i tre visitano le capitali europee
  • Il doppiaggio italiano rovina l'esperienza: se possibile, è consigliabile vederlo in lingua originale