Ready Player One: la recensione  80

Steven Spielberg eleva all'ennesima potenza il romanzo di culto di Ernest Cline, realizzando un film che è l'apoteosi del suo cinema fantastico

RECENSIONE di Valentina Ariete —   19/03/2018

Per chi scrive, il primo film con attori in carne ossa visto in sala è stato Hook (1991): Robin Williams nei panni di un Peter Pan cresciuto e smemorato, diventato avvocato dopo aver appeso al chiodo la calzamaglia verde e lasciato l'Isola che non c'è. Come antagonisti gli strepitosi Dustin Hoffman e Bob Hoskins nei ruoli di, rispettivamente, Capitan Uncino e Spugna. Quando Peter finalmente trova il suo pensiero felice e riesce a volare di nuovo, nonostante i chili presi, abbiamo capito una cosa: il cinema sarebbe diventato una delle nostre più grandi passioni e Steven Spielberg è lo zio che avremmo voluto avere.

Sono seguiti i recuperi di Indiana Jones ed E.T., le cui cassette abbiamo letteralmente consumato, per poi arrivare al secondo titolo del regista visto su grande schermo: Jurassic Park (1993). Grazie a un equilibrio perfetto di azione, effetti speciali, humor ed elementi horror (pensiamo alla scena capolavoro dei Velociraptor in cucina: il fatto che aprano le porte fa sorridere ed è terrificante allo stesso tempo, mentre il momento in cui uno dei dinosauri lecca il mestolo è puro genio, perché associa un oggetto familiare, di uso quotidiano, rassicurante vista la suo immediata associazione con gesti materni, con qualcosa di mostruoso e fuori dall'ordinario) abbiamo capito altre due cose: Steven Spielberg è uno dei più grandi narratori del nostro tempo ed essere cresciuti da appassionati di cinema tra gli anni '80 e '90 è stata una gran fortuna.

Spielberg, l’inventore di sogni

Dopo aver plasmato l'immaginario collettivo per vent'anni, da Lo Squalo (1975) a Jurassic Park, contribuendo enormemente all'evoluzione del cinema fantastico, Spielberg ha cambiato rotta, dedicandosi al dramma e a storie più "impegnate", come Schindler's List e Amistad, fino ai recenti Lincoln e The Post. Il ragazzo prodigio del cinema d'avventura sembrava ormai assopito, per lasciare per sempre il posto al regista e al produttore da Oscar.

Invece, come aveva già fatto intuire Il GGG - Il Grande Gigante Gentile (2016), tratto dall'omonimo libro di Roald Dahl, a 70 anni Steven Spielberg ha ancora qualcosa da dire sul cinema d'intrattenimento indirizzato ai ragazzi (e non solo): l'occasione perfetta si è rivelata il romanzo di Ernest Cline, diventato immediatamente un cult, Ready Player One (pubblicato in Italia nel 2011 con il titolo Player One). Il libro racconta la storia di Parzival, alter ego di Wade Owen Watts (Tye Sheridan), un ragazzo senza genitori e appassionato di cultura pop anni '80, che vive tutto il giorno dentro OASIS, una specie di Second Life all'ennesima potenza, creato da James Halliday (uno strepitoso Mark Rylance), per sfuggire alla realtà desolante che lo circonda. D'altra parte siamo in un terrificante 2045 e l'inquinamento e la sovrappopolazione hanno trasformato la Terra in una landa desolata. Una storia che era semplicemente perfetta per Steven Spielberg.

Dal libro al film

Lo stesso Cline nel libro inserisce un dialogo in cui i protagonisti indicano Spielberg come il dio del cinema: il fatto che il regista di Cincinnati abbia finito per dirigere il film è un cortocircuito quasi troppo bello per essere vero. Al centro di tutto c'è una gara: al momento della sua morte, Halliday dà il via al "Gioco di Anorak". Attraverso diversi indizi, gli appassionati del suo lavoro e della pop culture devono trovare tre easter egg, ognuno dei quali porta a una chiave (di rame, giada e cristallo), grazie cui diventare i proprietari di OASIS. La caccia al tesoro fa gola sia ad appassionati, che si autodefiniscono Gunters (da "egg hunter", cacciatore di uova), che a una multinazionale, la IOI, guidata da Nolan Sorrento (Ben Mendelshon, ormai a suo agio nel ruolo del villain, dopo il Krennik di Rogue One), un uomo d'affari che vuole trasformare la realtà virtuale creata da Halliday nell'equivalente di un centro commerciale. Insieme all'amico Aech, Wade dedica la sua vita alla caccia al tesoro, grazie a cui incontra Art3mis (Olivia Cooke), una dei Gunter più famosi di OASIS.

Non era facile comprimere 500 pagine di citazioni di ogni tipo, indovinelli, riferimenti a cinema, musica, videogiochi e televisione in un film di 140 minuti; Spielberg ha fatto dunque l'unica cosa possibile: trasformare la storia in una sua creatura. Ernest Cline, insieme allo sceneggiatore Zak Penn, si è messo dunque al servizio del regista, permettendogli di stravolgere il proprio romanzo, mantenendone lo spirito e i punti fondamentali, ma cambiando il modo di arrivarci. Il risultato è una corsa sulle montagne russe, talmente spettacolare da riempire occhi e cuore.

“Reality is a bummer”

"La realtà è deludente" dice Wade all'inizio del film: forse per molti di noi è vero, ma certamente non nei film di Steven Spielberg. Se il regista in The Post ci fa letteralmente fermare il cuore in gola con una semplice telefonata e la stampa di un giornale, immaginate che spettacolo possa essere la creazione di un intero universo parallelo, che interagisce a stretto contatto con il nostro mondo, creando un'esperienza di realtà virtuale mai vista prima sul grande schermo prima, ad esclusione forse soltanto di Matrix delle Wachowski. Potendo attingere da qualsiasi franchise, saga o canzone, Spielberg crea una vera orgia di citazioni e riferimenti, con cui si diverte con l'entusiasmo di un bambino che può far interagire tutti i suoi giocattoli preferiti. Se però nel libro Cline parla di quanto sia bella la DeLorean di Ritorno al Futuro, nel film le spiegazioni vengono azzerate e il regista catapulta la macchina direttamente nel mezzo di una corsa spettacolare (un piccolo capolavoro, in cui l'autore si autocita in modo sublime scherzando su se stesso e allo stesso tempo rafforzando la propria mitologia) piuttosto che far fare un lungo dialogo ai suoi protagonisti. Per gli amanti del libro questo potrà risultare spiazzante, ma a mente fredda dovranno ammettere che è meglio così, anzi: il film di Ready Player One riesce perfino a superare l'originale cartaceo.

Se infatti il romanzo è un libro divertente, una storia che ogni geek e nerd non può non amare, nel film Spielberg spinge anche sul pedale dell'emozione, raccontando il suo personale punto di vista sui rapporti umani: per chi ha una grande immaginazione, confrontarsi con le persone nel mondo reale può essere difficile, ma è l'unico modo per vivere davvero ed essere felici. Un concetto che è al centro di tutta la sua cinematografia: dagli alieni di Incontri ravvicinati del terzo tipo a E.T. che cerca la sua casa, fino alla proprietaria del Washington Post interpretata da Meryl Streep, il contatto umano è la cosa più importante. Vicini e uniti siamo più forti, soli e disperati non abbiamo futuro.

Chi dava il regista americano prossimo alla pensione dovrà rimangiarsi il suo pensiero e resterà stupito di fronte a questa immensa dichiarazione d'amore per il cinema. Per intenderci, c'è una scena in cui Spielberg rivisita un famoso film horror che è talmente geniale e bella da valere da sola l'intero film. Ready Player One è un omaggio alla bellezza di emozionarsi per le cose in cui si crede e che si amano, un inno a trasformare ciò che gli altri considerano dei difetti in punti di forza. Usciti dalla sala si ha un solo desiderio: vedere il film ancora e ancora per apprezzarne tutti i dettagli, con la consapevolezza che, soprattutto per chi è cresciuto negli anni '80 e '90, si tratta di uno dei film della vita.

PRO

  • Steven Spielberg ha realizzato un film che è una dichiarazione d'amore per il cinema
  • La realtà virtuale mostrata non è stata mai così spettacolare
  • Il cast, le ambientazioni, la musica, faranno la felicità di tutti gli amanti della cultura pop anni '80

CONTRO

  • Gli amanti del libro potrebbero rimanere spiazzati dalla riscrittura massiccia dell'opera originale