Hellboy, la recensione 35

Il reboot di Hellboy firmato da Neil Marshall e approvato da Mike Mignola, creatore del personaggio, è più fedele ai fumetti originali rispetto ai film di Guillermo Del Toro. Scopriamo se questo è un bene nella nostra recensione.

RECENSIONE di Valentina Ariete —   12/04/2019

Indice

Per analizzare il reboot di Hellboy, nelle sale italiane dall'undici aprile, facciamo un salto indietro nel tempo, parlando di un'altra opera: Shining. Nel 1977 il re americano della letteratura di genere, Stephen King, pubblica il romanzo con protagonista Jack Torrance, insegnante licenziato per aver aggredito uno studente, che accetta un lavoro come guardiano invernale all'Overlook Hotel. Nella struttura, in cui vanno anche la moglie Wendy e il figlio Danny, complice la strana atmosfera e l'isolamento, Jack cambia, si trasforma e impazzisce, tra visioni di donne dal corpo putrefatto e sangue che cola dalle pareti. Stanley Kubrick, reduce da Barry Lindon, decide di fare del romanzo di King il suo nuovo film. Sappiamo tutti come è andata: Shining, con protagonista uno spettacolare Jack Nicholson, è diventato uno dei film più celebrati, amati e citati della storia del cinema (pensiamo allo splendido omaggio che Steven Spielberg gli ha fatto in Ready Player One). Un capolavoro per tutti, tranne che per una persona: Stephen King. Offeso da quello che secondo lui è stato un tradimento del suo romanzo, lo scrittore non ha mai nascosto la propria ostilità per la pellicola di Kubrick, tanto da realizzare, nel 1997, una miniserie molto più fedele al libro (di cui il regista ha cambiato molte cose, compreso il finale). Qualcuno di voi ricorda l'adattamento televisivo? Appunto.

Hellboy 2019

Torniamo quindi a Hellboy: creato da Mike Mignola, il diavolo rosso, soprannominato Red, ha fatto la sua prima comparsa nei fumetti pubblicati da Dark Horse nel 1993. Evocato sulla Terra dallo stregone Rasputin il 23 dicembre 1944, il demone Anung Un Rama doveva essere l'arma segreta dei Nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale e invece, grazie al professor Trevor Bruttenholm, che lo sottrae alle SS e lo cresce come un figlio, diventa un diavolo cento per cento americano, dal nome Hellboy. Corna limate e braccio destro fatto di un materiale durissimo e sconosciuto, Red diventa detective del Bureau of Paranormal Research and Defense, aiutando gli Stati Uniti a gestire altri demoni e forze oscure. Personaggio molto amato da Guillermo Del Toro, il regista messicano (oggi premio Oscar per La forma dell'acqua) lo ha portato sul grande schermo due volte: nel 2004 con Hellboy e nel 2008 con Hellboy: The Golden Army. Per il ruolo del protagonista Del Toro ha voluto l'amico e fedele collaboratore Ron Perlman, con cui lavora fin dal suo primo film, Cronos. Romantico e un po' gotico, l'Hellboy di Del Toro ha impressa su pellicola l'impronta del regista, che ha trasformato la storia del diavolo Anung Un Rama in una fiaba, riadattando i fumetti a suo gusto. Cosa che, nemmeno a dirlo, ha mandato su tutte le furie Mike Mignola.

Essere fedeli non è sempre un bene

La storia del cinema è piena di dissapori come questi: gli autori, che siano scrittori o fumettisti, sono gelosi delle proprie opere, forse le vedono quasi come delle figlie, e quindi spesso, nonostante acconsentano a vederle trasformate in film e serie tv, hanno difficoltà a lasciarle andare, a far cambiare loro forma. Pensiamo anche a J.K. Rowling, autrice di Harry Potter: nonostante Il prigioniero di Azkaban sia il miglior film della saga cinematografica (filmato da Alfonso Cuarón, un altro che dopo ha preso il premio Oscar per la regia, non una, ma ben due volte), l'autrice dopo il suo operato ha voluto un controllo strettissimo sulle pellicole successive, lavorando fianco a fianco con un regista come David Yates (confermato anche per la saga prequel di Animali Fantastici), che limita i tocchi personali al minimo.

Nel caso di Hellboy le divergenze artistiche tra Del Toro e Mignola sono state tali che non solo il terzo capitolo, già progettato dal regista messicano, è stato bloccato, ma si è passati direttamente a un reboot, con un nuovo regista e un nuovo protagonista. Questo Hellboy è quindi qualcosa che non prende minimamente in considerazione le pellicole già esistenti, ma che, fin da subito, è stato indicato come l'Hellboy voluto da Mignola, fedelissimo ai fumetti. Alla regia è stato quindi chiamato Neil Marshall, mentre la tinta rossa è stata spalmata sul corpo imponente di David Harbour, il detective Hopper della serie Stranger Things, al suo primo ruolo da protagonista al cinema. Più crudo e cupo dei film di Del Toro, questo Hellboy è ancora un detective del Bureau for Paranormal Research and Defense, ma ha più problemi col padre (Ian McShane, che ha raccolto il testimone di John Hurt) e deve affrontare una terribile strega, Nimue, la Regina di sangue (una sempre bellissima Milla Jovovich), pronta a portare l'Inferno sulla Terra e che ritiene Red una pedina fondamentale per il suo progetto. La domanda ora è: c'è più del fumetto originale in questo nuovo Hellboy? Sì. È un bene per il film? Non proprio.

Un Hellboy infernale, ma per i motivi sbagliati

Mike Mignola, Stephen King e J.K. Rowling nel loro campo sono delle eccellenze: di più, icone, forse anche geni. Ma, come molte persone intelligentissime, a volte perdono di vista una cosa molto semplice: le storie possono essere raccontate con mezzi diversi e ogni mezzo ha i suoi equilibri. Così come Peter Jackson, quando ha adattato Il Signore degli Anelli, ha tagliato selvaggiamente, sapendo cosa poteva funzionare sul grande schermo e cosa no, lo stesso non è successo per questo nuovo Hellboy. Confuso, pieno di digressioni ed episodi a sé stanti (su tutti quello dedicato a Baba Jaga, che purtroppo non è John Wick), non importanti ai fini della storia complessiva, questo reboot è un collage di scene che sembrano appiccicate l'una all'altra senza particolare logica. La sceneggiatura, firmata da Andrew Cosby, è il punto più negativo di questo film. Purtroppo però non è l'unico: David Harbour è stata una buona scelta, ha sia il fisico che il talento giusto per incarnare il personaggio, ma purtroppo il suo ottimo lavoro è in parte vanificato da un trucco che potrebbe andare bene in una gara di cosplayer (e forse alcuni sarebbero anche migliori), ma non per un film di questo tipo. La maschera applicata al viso dell'attore, rigidissima, non si muove seguendo la sua bocca, facendolo sembrare appena uscito da una seduta di botox.

In questo modo la sospensione dell'incredulità è davvero difficile, finendo per mettere in ombra anche quanto c'è di buono: Ian McShane, attore di razza, in realtà sembra uscito direttamente dal set della serie American Gods, fornendo una copia svogliata del suo Odino. I bravi Sasha Lane e Daniel Dae Kim, che hanno rispettivamente i ruoli di Alice Monaghan e Ben Daimio, sono sfruttati poco, mentre Milla Jovovich nel ruolo della Strega di sangue sembra partecipare a un servizio fotografico. Anche la scelta perfetta di una colonna sonora heavy metal è sprecata: il sound mixing è sballato, con musiche altissime in una scena e basse nella seguente. Magari è una scelta di stile, ma l'effetto è stonato. L'unica cosa che convince davvero è il gore: al contrario del politicamente corretto sempre più dilagante, qui ci sono decapitazioni, smembramenti, budella, sputi, imprecazioni e scene horror, realizzate in gran parte con lavoro artigiano (quando viene usata la computer grafica la differenza si vede purtroppo), che da un lato rendono comprensibile il divieto ai minori di 17 anni e dall'altro lato fanno dire: finalmente!

Multiplayer.it

6.0

Cancellando il lavoro fatto da Guillermo Del Toro, Neil Marshall ha cercato di accontentare il creatore di Hellboy, Mike Mignola, rimanendo più fedele possibile al fumetto: il risultato è un film che vuole inserire troppo tutto insieme, finendo per avere problemi di ritmo. Ci saremmo aspettati qualcosa di più anche dal costume in cui deve recitare David Harbour, che davvero non ci ha convinti. Non mancano comunque elementi positivi: un buon protagonista, attori di contorno di livello, la colonna sonora heavy metal e la libertà creativa che ha permesso di portare su schermo scene splatter con molto gore e un linguaggio scorretto.

PRO

  • La colonna sonora heavy metal è una scelta perfetta
  • Gli effetti speciali artigianali delle scene splatter ci riportano alla bellezza degli horror anni '70 e '80
  • David Harbour ha il fisico e il talento giusto per essere un ottimo Hellboy...

CONTRO

  • ...ma il costume rigido che indossa vanifica gran parte del suo lavoro.
  • La sceneggiatura ha dei problemi
  • Il missaggio sonoro e il montaggio sono pasticciati

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