The Division 2, Washington batte New York 37

Ubisoft ha fatto centro, sviluppando uno dei più importanti e riusciti loot game moderni, ma è Washington la vera star di The Division 2.

SPECIALE di Francesco Serino —   12/04/2019

Prima di metterci le mani sopra, pensavamo che The Division 2 fosse la roba più noiosa degli ultimi anni: stessa minestra riscaldata sotto steroidi, assemblata inseguendo la chimera del gioco eterno programmata a tavolino che abbiamo più volte visto miseramente schiantarsi. A rendere le cose più indigeste, un'ambientazione totalmente priva di quella forte caratterizzazione su cui tanto insistette il primo capitolo. Figuratevi che dalla New York innevata di The Division prende il nome persino il motore con il quale è costruito il gioco: lo Snowdrop Engine. Senza contare che, giusto o sbagliato, Washington non ha certo la nomea di bella città, di cui infatti inquadrano solo la Casa Bianca e a volte, nei thriller più complessi, Capitol Hill. Insomma, tutto lasciava presagire che Ubisoft ci sarebbe andata cauta, accontentandosi di soddisfare la medesima base installata del prequel, fregandosene dei guizzi artistici e limitandosi a fornirci un classico "more of the same" Poi iniziato a giocare subito qualcosa non quadra, quindi abbiamo stretto gli occhi e appoggiato i gomiti sulle gambe per concentrarci meglio, continuando ancora per un po'.

E fidatevi se vi diciamo che quel po' è durato davvero tanto: tipo sei ore, spezzate da poche meccaniche azioni inconsciamente innescate da quella porzione di cervello che si occupa della sopravvivenza. Ce lo ricordiamo bene quel primo pomeriggio con The Division 2; ce lo ricordiamo bene perché la gioia nel vedere finalmente diradarsi quella fitta nebbia di dubbi (che fin dal principio aleggiava attorno alla Washington D.C. del gioco) è stata effettivamente immensa. Abbiamo persino le prove: dopo più di cinquanta ore di gioco, siamo ancora al ventunesimo livello, nono in zona nera, e con diversi quartieri tutti da scoprire. Da lontano vi sentiamo parlare di World Tier, build perfette, ma la verità è che in questo momento, a poco meno di un mese dall'uscita, ad aver raggiunto il trentesimo livello è appena il 40% dei giocatori PlayStation, e sono quasi la metà su Xbox One. Sono quindi ancora meno quelli che hanno assaggiato le attività di fine gioco in modo soddisfacente. Tornando alla nostra esperienza personale extra recensione, allo scoccare della cinquantesima ora ci apprestavamo a riporre il primo The Division per sempre nella custodia, mente con il seguito ci sentiamo ancora a tutti gli effetti nel pieno dell'avventura. Il merito, a parte un gameplay raffinato e ben congegnato, è anche della nuova città che fa da sfondo alle nostre peripezie. La Washington così apparentemente anonima si è rivelata essere un parco giochi perfetto, dotata anche di una certa bellezza. Al contrario di New York, qui gli spazi sono un continuo movimento che s'appoggia agli edifici chiave senza regolarne la forma in rette imperative, ma subendola. Trovano cosi motivo di esistere luoghi e non luoghi che modificano ambientazione e anche gunplay come enormi scalinate monumentali, parchi che sembrano boschi, incroci che s'allargano in piazze scandite di statue che proiettano ombre su spettrali rampe di parcheggi sotterranei. Che la Grande Mela non si offenda, ma c'è un limite a quanta Manhattan un videogiocatore può sopportare, specialmente se non si ha la mobilità di uno Spiderman, con tutti i cambi di prospettiva del caso. A rendere la mappa di The Division 2 ancora più interessante, una miriade di interni che portano spesso a grandi sorprese, angoli di mondo apparentemente poco importanti che si trasformano in un istante in perfetti campi di battaglia.

Una bellezza decadente

L'estensione di questa Washington virtuale non ha impedito ad artisti e director di abbondare in messaggi espliciti e criptati, con antenne televisive che si trasformano in frecce indica loot e ingressi pensati come puzzle da risolvere. Strati e strati di dettagli e casualità programmata che aiutano a mantenere alto l'interesse anche dopo dozzine di passaggi. Questa ridotta urbanizzazione permette alla città del gioco di continuare a vivere oltre gli infiniti scagnozzi che la popolano, permettendo a volpi, cerbiatti, procioni, cani e gatti di scorrazzare liberamente tra la giungla d'asfalto a cui il disastro biologico ha dato nuova morte e nuova vita. Anche le zone nere, qui ancora meccanicamente scariche, sono disseminate tatticamente di perfetti scenari da guerra, ma qui pensati più per il pvp. Infine, ma ce ne sarebbe ancora da dire, le scenografie dedicate alle missioni, principali o secondarie poco importa visto che la qualità è sempre altissima. Magari per certi occhi è una qualità che spicca poco, ma non è facile per nessun team di sviluppo generare degli interni così interessanti anche solo dal punto di vista strettamente architettonico; Ubisoft ha avuto la controparte reale a cui ispirarsi, ma questo oltre a non sminuire il lavoro svolto non include nemmeno tutti i luoghi immaginari inventati da zero solo per The Division 2. E poi, anche nel voler ricreare pedantemente la realtà, bisogna lavorare sul quadruplo degli asset visto che la ripetizione intelligente non è permessa.

È impressionante il numero di oggetti unici creati solo per apparire pochi secondi in scena, in un angolo di mappa di una sola missione per esempio; il fatto che il gioco permetta di visitare un numero impressionanti di musei, ha reso le cose persino più difficili per gli artisti Ubisoft. Sono stati talmente bravi che le varie ambientazioni non sono solo un ottima location per un gioco d'azione, ma hanno uno spessore che le rende in fondo persino interessanti da visitare e, spesso, leggere. Il Museo di Storia e di arte moderna, quello sull'esplorazione spaziale e l'altro sulle telecomunicazioni (qui si può vedere anche quanto è grande un cavo sottomarino per il cablaggio Internet tra continenti. Spoiler: è molto grande!) sono talmente ricchi di dettagli che quasi non vedi l'ora di portarci qualche amico; una scusa per visitarteli di nuovo, naturalmente. Ed è bello anche veder gli accampamenti crescere grazie alle proprie fatiche: quando abbiamo creato il primo angolo di spensieratezza per i bambini dell'avamposto sui tetti, eravamo felicissimi. Perché The Division 2, ve ne sarete accorti, non è certo un gioco facile, e ogni vittoria non è mai scontata. E questo ci porta a un bilanciamento ai limiti della perfezione nella frequenza e nella varietà di ciò che si trova in giro: armi di ogni tipo, equipaggiamenti con bonus che si sommano e altri che permettono l'uso a tutto spiano di mod. Le variabili sono tantissime, le possibilità d'incastro anche, ed è super godurioso trovare un portico, un caveau di una banca divelto, il retro di un bar, comunque un posto tranquillo, dove smistare e nel caso equipaggiare ciò che si è collezionato fino a quel momento. Ancora meglio farlo sotto la pioggia battente, ovvero uno dei tanti volti metereologici della città. Le missioni sono tutte ambientate nella stesso scenario dove si gira liberamente (infatti ci si entra senza caricamenti) e questo gli permette di usare lo stesso ciclo giorno e notte, gli stessi fenomeni atmosferici, in ogni situazione, dando continuità e consistenza all'immersività del prodotto.

Un perfetto quanto drammatico scenario per un gioco che per una volta non procede a mille all'ora, ma che richiede tempo e tattica, visto che si può essere sopraffatti in un attimo. Una velocità ridotta che non serve certo a nascondere i pochi contenuti, visto che c'è tantissimo da giocare e ogni cambiamento allo status quo della mappa porta continuamente altre novità, nuove sfide. La permanenza in città non è fatta di ripetizioni selvagge delle solite mansioni, senza nessuna spiegazione congrua, ma è sorretta da un discorso logico, stimolante, che tiene vivo l'interesse. Questo perché The Division 2 non è costruito come il predecessore, o come qualunque altro Gaas incentrato sul multiplayer (ma il game as a service ha anche risvolti positivi), bensì come un gioco completo, capace di soddisfare anche solo chi cerca azione, solitudine in un arco narrativo nonché spirale di violenza che ha un inizio e un'ineluttabile fine naturale. Solo poi subentra una chiara natura da gioco che punta all'infinito, quando si è già con la pancia piena e la pistola scarica, quando The Division 2 ti è già entrato nel cuore e nel cervello. Complimenti Ubisoft.