Esiste un termine ben specifico che riassume la paura del cambiamento insita nell'animo umano: metathesiofobia. Si tratta di una paura che non dipende dal fatto che il cambiamento in arrivo sia positivo o negativo, ma che ruota attorno alla perdita di ciò che si conosce in funzione di qualcosa di nuovo. Di ignoto e imprevedibile. Ora noi non abbiamo le competenze per parlare di psicologia con cognizione di causa, ma in quanto esseri umani ci basta guardarci un po' dentro per capire quanto questa sensazione sia all'ordine del giorno. Quanto impatti sulle nostre vite a partire dalla scelta del supermercato "di fiducia" sino ad arrivare a quella sensazione di panico di quando si decide di cambiare vita e lavoro in età più avanzata. Siamo fatti per goderci il presente, spaventati all'idea di dover affrontare il futuro.
Se questa paura può risultare naturale per le situazioni di una certa gravitas, è però vero che contamina la nostra vita sotto tutti i punti di vista. Anche per quanto riguarda i videogiochi.
Ammettiamolo: videogiocare è una di quelle attività che fanno tanto bene alla nostra anima. Ci permette di esplorare mondi fantastici, vivere vite parallele e di tessere relazioni digitali senza alcun contraccolpo. Senza il rischio di farci male o di venire delusi. Come altre passioni, anche i videogiochi sono un porto sicuro in una vita sin troppo imprevedibile. Eppure, anche in quel caso capita che alcuni titoli decidano di mutare nel tempo. Cambiare genere, protagonista e meccaniche di gioco. Questo ovviamente ha un impatto differente sui giocatori, che da un lato possono apprezzare il coraggio delle software house, ma dall'altro non sono certo felici di vedere nuove imbarcazioni approdate nel proprio, succitato, porto sicuro.
Ma siamo sicuri che sia cosa buona e giusta avere paura del cambiamento anche quando si parla di videogiochi? Ragioniamoci insieme.
Un mondo che cambia, nella forma e nel colore
Prima di riflettere su come affrontare un cambio di rotta, vediamo un po' quali sono quei titoli che possono suscitare queste precise emozioni. Questo nostro articolo nasce dalla (non troppo) recente diatriba dietro Control Resonant, che ha visto Remedy abbandonare la struttura ludica da TPS del primo capitolo in favore di un action incentrato sul combattimento ravvicinato. Si tratta di una scelta che non ha convinto tutti, dividendo l'internet tra coloro che erano affascinati dalla scelta del team finlandese e altri che accusavano la software house di aver preso una decisione "furba" a livello commerciale e nulla più. Visto il risultato finale, appare chiaro che Remedy fosse pienamente consapevole delle proprie scelte, ma non è questo il luogo nel quale discutere di ciò. Quello che ci interessa è che siamo di fronte a un sequel che ha preso tutti in contropiede, nel bene o nel male che sia.
I ragazzi dietro Max Payne e Alan Wake non sono certo i primi a compiere un'operazione del genere. Basti pensare al God of War del 2018, che abbandona quasi del tutto il passato, per abbracciare una nuova forma ludica dal taglio cinematografico. Una scelta interessante? Senza dubbio. Una mossa che ha convinto tutti? Non proprio. Si tratta di un percorso simile a quello fatto da Capcom con il quarto capitolo di Resident Evil, che nel 2005 fece discutere numerosi giocatori abituati alle telecamere fisse e ai classici zombie. Oppure, senza andare lontani nel tempo, basti pensare al recente Resonance: A Plague Tale Legacy, che ha puntato tutto su una struttura d'azione, relegando lo stealth a una meccanica secondaria. Insomma, come recita una famosa saga a fumetti di Spider-Man, sembra essere tutta una questione di "Evolvi o muori".
Che dire poi di quelle saghe che hanno insito nel proprio DNA la necessità di cambiare? Saghe come Final Fantasy, che nel tempo sono diventate MMORPG e di recente, proprio come Control Resonant, Action frenetici. In quel caso è inevitabile perdere degli utenti per strada e conquistarne di nuovi, in un riciclo costante di persone che, si spera, possano comunque rendere produttivi i vari episodi. Perché alla fine, per quanto poco poetico possa essere, il cambiamento non deve mai compromettere l'economia dietro lo sviluppo di un titolo.
Per quanto si tratti di un discorso leggermente diverso, è giusto segnalare che esistono opere che mutano anche all'interno del singolo gioco. Opere come Inscryption, che puntano tutto sulla sorpresa e sullo straniamento suscitato nel giocatore, ma anche come Brutal Legend o NieR, che utilizzano il cambio di meccaniche come "potenziamento" di una struttura portante. In questi casi il problema è però diverso perché il giocatore si trova inevitabilmente a dover far fronte al cambiamento, mentre nei titoli citati in precedenza può sempre decidere di non giocarli e preservare così il ricordo dei capitoli precedenti. Si tratta di sfumature, ma che ruotano tutte attorno alla medesima questione: le novità ci spaventano.
Mutatio Iuvat, il cambiamento giova
Una volta preso atto che anche i videogiochi cambiano e che non possiamo fare nulla per impedirlo, sta solamente a noi capire come gestire questo nostro fastidio nei confronti delle novità. Non esiste un vero e proprio modo per liberarsi della metathesiofobia, ma è senza dubbio possibile trovare un modo per conviverci. Ancora una volta sono la conoscenza e la cultura a venirci in aiuto. Capire chi sono le persone dietro ai giochi che tanto amiamo può servire per comprendere le loro scelte e, di conseguenza, il loro approccio all'industria del gaming. Comprendere la differenza tra lo stile di Hideki Kamiya e quello di Hideaki Itsuno, per esempio, ci permette di capire perché i vari capitoli di Devil May Cry siano tanto diversi l'uno dall'altro e perché Bayonetta sia un'opera tanto importante per gli amanti dei giochi d'azione.
Prestare ascolto (e nel caso affezionarsi) agli autori che danno vita alle nostre opere preferite ci permette di scindere più facilmente videogiochi, aziende ed esseri umani. Dopotutto il cambiamento ci spaventa perché non lo conosciamo. Perché sappiamo bene cosa abbiamo, ma non abbiamo idea di cosa troveremo. Ecco che informarci e approfondire un po' di più può fare del bene a tutti coloro che rischiano altrimenti di trovarsi a bordo di una barca in balia delle onde. Studiare il mare, comprendere le maree può portare ad avere meno paura. A capire che il cambiamento può essere qualcosa di positivo non solo per coloro che giocano, ma anche per chi il gioco lo crea. Il desiderio di non rimanere ancorati a una singola tipologia di gioco è, di fatto, inevitabile per gli autori di tutto il mondo. Autori che talvolta si trovano costretti a fare e rifare la stessa identica cosa, ma che, per quanto imbrigliati dalle catene del mercato, tenteranno sempre di spingersi un po' più in là. Di sentirsi un po' più liberi.
Decodificare le proprie emozioni
Per quanto sia sempre cosa buona e giusta analizzare non solo il gioco, ma anche chi lo ha realizzato, non è detto che questo basti per superare il fastidio dei cambi di direzione. È legittimo che qualcuno non si senta felice nel vedere una proprietà intellettuale che ama diventare qualcosa di diverso. L'importante, però, è decodificare le proprie emozioni e capire quali siano le novità che non ci sono piaciute. Pensate che passare dai Tyrant a creature che ricordano i Troll de Il Signore degli Anelli sia un passo indietro per Resident Evil? Legittimo. Vi manca la varietà dei nemici dei vecchi God of War rispetto a quella del 2018? Comprensibile. Amate Final Fantasy, ma non volete pagare mensilmente per giocarne una versione MMO? Ci sta. Nessuno può dirvi che state pensando nel modo sbagliato. Che avete torto. Dopotutto è solo una questione di prospettiva.
L'errore, in questo caso, sta nel pretendere che le software house debbano per forza renderci felici. E badate bene: non stiamo usando il "noi" come videogiocatori, ma il "noi" come singoli individui. Quando si crea qualcosa di artistico, è normale che non piaccia a tutti. Anzi, sarebbe più preoccupante che convincesse letteralmente ogni singolo individuo sulla faccia della Terra. Questo perché, come già affermato, i creativi hanno una propria anima che, in un modo o nell'altro, è pronta a combattere con le unghie e con i denti per emergere anche dalle opere più mainstream. Alle volte basta arrendersi all'evidenza che, nonostante quello che sembra volerci imporre il mercato, non possiamo apprezzare la visione di ogni singolo autore e, per estensione, ogni singolo titolo approdato sugli scaffali. Il nome scritto (ancora per poco) sulle custodie dei nostri videogiochi preferiti è solo un nome, non una garanzia di ritrovare ciò che abbiamo provato in passato. E forse, in fondo, va bene così.
Abbracciare il cambiamento
In apertura di articolo ci chiedevamo se fosse cosa buona e giusta avere paura del cambiamento anche quando si parla di videogiochi. La risposta, come potete immaginare, è un enorme "dipende". Questo perché è giusto e inevitabile reagire in modi differenti di fronte alle novità, anche quelle che non sono determinanti per la nostra vita. Ognuno di noi ha tutto il diritto di arrabbiarsi, di rimanerci male o di non apprezzare le aziende che decidono di cambiare la rotta di un franchise già delineato.
Allo stesso tempo, però, è forse il concetto di "paura" che dovrebbe essere affrontato all'interno di questo discorso. Una paura che, in questo caso, non va combattuta col coraggio, come molti potrebbero pensare. È la curiosità, infatti, la chiave di volta con la quale imparare ad abbracciare il cambiamento. Essere curiosi nei confronti di una novità permette di esplorare nuovi approcci ai videogiochi. Il tutto senza accusare le aziende di voler seguire i trend dell'internet, di aver scelto un personaggio femminile o maschile per motivi che vadano al di là del racconto e così via.
Tanto, alla fine, l'unica cosa che conta non sono le nostre speculazioni, ma il risultato finale. Un risultato che non è di principio "buono" o "cattivo", ma che può essere soddisfacente o meno per ognuno di noi in quel preciso momento della nostra vita. E badate bene: il momento nel quale arriva un'opera, sia essa innovativa o derivativa, è determinante per l'apprezzamento della stessa. Perché, che ci piaccia o meno, siamo noi i primi a cambiare.