Nelle ultime ore sono emerse segnalazioni riguardanti alcune chat e Artifact creati con Claude finiti nei risultati di ricerca di Google e Bing. Il problema è nato dalla scoperta che diversi URL con dominio claude.ai/share erano indicizzati e quindi facilmente rintracciabili online. Tra le pagine visibili nei motori di ricerca sono comparsi contenuti potenzialmente sensibili, tra cui informazioni personali, documenti aziendali riservati e dati sanitari. Vediamo cosa è successo.
Un “semplice” errore
Come vi abbiamo anticipato, alcuni utenti hanno scoperto che era possibile individuare numerose chat condivise su Claude effettuando ricerche mirate su Google e Bing con operatori come "site.ai/share". Nei risultati comparivano diverse conversazioni e contenuti creati tramite la funzione Artifacts. È importante chiarire fin da subito che il problema non riguarda le chat rimaste private e mai condivise dagli utenti. Le pagine indicizzate erano invece contenuti resi accessibili tramite link pubblici, all'interno dei quali sono stati trovati anche dati particolarmente sensibili come informazioni sanitarie, curriculum, chiavi API e documenti aziendali interni.
Alla base del problema c'è la funzione di condivisione delle chat, pensata per permettere agli utenti di inviare una conversazione ad altre persone tramite un semplice link. Claude consente infatti di creare un URL pubblico collegato alla chat, così da renderla accessibile a chiunque possieda quell'indirizzo. Il rischio nasce dal normale funzionamento del web: quando un link pubblico viene pubblicato o individuato online, può essere rilevato dai crawler dei motori di ricerca, analizzato e successivamente inserito nei risultati di Google e Bing.
Anthropic aveva già configurato un file robots.txt per chiedere ai crawler dei motori di ricerca di non analizzare le pagine condivise, ma questa protezione non è sufficiente per impedire completamente l'indicizzazione. Per evitare che una pagina finisca nei risultati di ricerca, infatti, è necessario utilizzare strumenti più specifici, come il tag HTML "noindex" o apposite intestazioni del server.
Secondo quanto riportato da Wired, che ha analizzato alcune delle pagine coinvolte, queste protezioni aggiuntive sembravano non essere presenti, permettendo ai motori di ricerca di individuare e mostrare gli URL condivisi.
Cosa succede ora?
I risultati di ricerca collegati alle pagine condivise di Claude sono già stati rimossi, segno che Anthropic potrebbe essere intervenuta rapidamente modificando le impostazioni di accesso o introducendo nuove misure per impedire ulteriori indicizzazioni. Non si tratta comunque del primo episodio simile: in passato anche altre piattaforme, tra cui ChatGPT e Grok, hanno affrontato problemi legati alla visibilità online di alcune conversazioni condivise dagli utenti.
Nel frattempo, Anthropic suggerisce di controllare le proprie impostazioni andando su Privacy e Chat Condivise, per revocare i link creati in precedenza. Google ha chiarito che i motori di ricerca non stabiliscono quali contenuti debbano essere considerati pubblici. La gestione della visibilità delle pagine spetta infatti ai proprietari dei siti, che devono utilizzare strumenti tecnici per segnalare quali contenuti non devono essere indicizzati.