Gina Carano: ha fatto bene LucasFilm a cacciarla? Oppure è stata una forma di censura?

Cerchiamo di riflettere sul caso del giorno, ossia la cacciata di Gina Carano da parte di LucasFilm e perché la libertà d'espressione c'entri poco o nulla.

NOTIZIA di Simone Tagliaferri   —   11/02/2021
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Il fatto è sulla bocca di tutti e, giustamente, ne abbiamo parlato anche noi, visto che è un grosso caso per il mondo dell'intrattenimento tutto: l'attrice Gina Carano (la Cara Dune di The Mandalorian) è stata cacciata da LucasFilm, con cui presumibilmente non lavorerà mai più, per via di un'uscita poco accorta sui social network, l'ennesima, che le attirato addosso un bel po' di polemiche.

Figlia di un complottismo insensato ma molto diffuso, fatto di strampalate teorie della cospirazione mai dimostrate, la nostra ha scritto l'ennesimo post in cui ha messo sullo stesso piano questioni distanti anni luce tra loro:

"Gli ebrei sono stati picchiati per le strade, non da soldati nazisti ma dai loro vicini... anche dai bambini. Poiché la storia viene modificata, la maggior parte delle persone oggi non si rende conto che prima di arrivare al punto in cui i soldati nazisti avrebbero potuto facilmente radunare migliaia di ebrei, il governo ha fatto in modo che i propri vicini li odiassero semplicemente per essere ebrei. Dove sarebbe la differenza dell'odiare qualcuno per le sue opinioni politiche?"

La domanda che vogliamo porci non riguarda però il contenuto del post della Carano, ma la liceità, quantomeno etica, della sua cacciata: ha fatto bene LucasFilm a mandarla via? Oppure si tratta di una forma di censura?

Parliamone

Il problema, in questi casi, è che idealmente molti assegnano a delle compagnie private una funzione che semplicemente non hanno, ossia quella di difensori della libertà di espressione in ogni sua forma. Disney, che controlla LucasFilm è una colossale società per azioni che detiene una grossa fetta dell'intrattenimento mondiale. Da questo ne deriva il suo essere intrinsecamente ipocrita, ossia il suo naturale adagiarsi su posizioni di media civiltà per ogni argomento della sfera pubblica. Disney è la famiglia seduta sul divano a guardare un film, che è la sua principale sfera d'influenza, non l'individuo nella sua interezza e problematicità. Il suo obiettivo è fare soldi e per riuscire non le basta solo produrre contenuti appetibili per il suo pubblico potenziale, ma deve anche rimuovere gli ostacoli che potrebbero frenarla. I danni di immagine sono tra questi. Un danno d'immagine non è solo l'adesso del: "oggi l'attrice che lavora per te ha scritto una stupidaggine in odor di revisionismo storico;" ma anche la possibilità per i tuoi concorrenti di reiterare, in modo diretto o indiretto, lo stesso argomento nel corso del tempo, coprendo gli argomenti che ti servono per venderei tuoi prodotti. Un danno d'immagine è quella domanda che non ti aspetti durante la presentazione di un nuovo film, o un post social di qualcuno di influente che una mattina decide di darti addosso per motivi suoi.

Ha fatto bene, quindi, LucasFilm a cacciare Gina Carano? Dal punto di vista del bilancio aziendale assolutamente sì e il messaggio di dissociazione con cui è stata allontanata è un capolavoro in tal senso, perché va dal distacco al disprezzo, ignorando il fatto che le sue idee fossero ben conosciute anche prima che iniziasse a lavorare a The Mandalorian: "Gina Carano non è attualmente impiegata da Lucasfilm e non ci sono piani per lei in futuro. I suoi post sui social media che denigrano le persone in base alle loro identità culturali e religiose sono abominevoli e inaccettabili".

È una forma di censura? Certo che lo è: le grandi società da sempre selezionano i loro dipendenti anche in base alle ideologiche che sposano, quantomeno pubblicamente, e da sempre richiedono che i dipendenti non le danneggino prendendo posizioni discutibili. Se vogliamo è il sistema stesso che censura certe idee in modo fisiologico, così da mantenersi il più possibile pulito, quantomeno di facciata. Quindi la Carano non ha subito niente di più e niente di meno di ciò che subiscono ogni giorno milioni di lavoratori in tutto il mondo, solo che in forma più teatrale ed esplicita.