Men In Black: International, la recensione 38

La nostra recensione del nuovo Men In Black: International con Chris Hemsworth e Tessa Thompson

RECENSIONE di Gabriella Giliberti   —   27/07/2019

Indice

Sono passati più di vent'anni da quando al cinema arrivava il primissimo Men In Black diretto da Barry Sonnenfeld con Will Smith e Tommy Lee Jones nel ruolo degli agenti J e K. Pellicola che aveva fatto breccia non solo fra gli amanti della serie a fumetti Malibu/Marvel Comics The Men in Black del 1990, scritta da Lowell Cunningham e illustrata da Sandy Carruthers, ma anche fra tutti i novizi che si approcciarono al film più per curiosità che per altro. Sonnenfeld si occupò tanto della prima trasposizione quanto dei sequel del 2002 e del 2012. E, effettivamente, già al terzo episodio Men In Black aveva mostrato segni di evidente cedimento, non riuscendo a regalare quel giusto mix di azione, sano divertimento e perfetta interazione tra un duo tanto paradossale quanto perfetto. Ma, per nostra sfortuna, le leggi di Hollywood sono tanto prevedibili quanto inconcepibili. Era solo questione di tempo prima che l'ennesimo spin-off di una saga tanto amata arrivasse sul nostro grande schermo come un nefasto presagio di disperazione e... noia.

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Si, noia. Perché non esiste parola migliore per poter descrivere questa nuova disavventura dei Men In Black, ovvero Men In Black: International di cui state leggendo la recensione. Originariamente il progetto aveva visto coinvolti Channing Tatum e Jonah Hill, i quali avrebbero dovuto creare un vero e proprio crossover tra i Men In Black e Jump Street, saga di cui sono protagonisti. Il progetto però è sfumato prima ancora di prendere realmente forma, e il ruolo di protagonisti per questo spin-off è passato a Chris Hemsworth e Tessa Thompson, reduci dalla collaborazione fianco a fianco nei rispettivi ruoli di Thor e Valchiria nel Marvel Cinematic Universe, nei panni degli agenti H e M.

Partendo dal presupposto che il progetto di Men In Black: International ha avuto una gestazione assai difficoltosa, a cominciare dalle continue riscritture di copione (che pesano per tutto il film) fino al conteso final cut tra il regista F. Gary Gray e il produttore Walter F. Parkes (sono stati girati due finali, per poi vedere vincitore quello di Parkes), Men In Black: International è un disastro di scrittura, regia e... recitazione.

Di stereotipi, gag e poco altro

Per dare velocemente due linee di trama, la pellicola parte con un flashback che vede coinvolti l'agente H e l'agente Hight T (Liam Neeson) in un'epica battaglia a Parigi, per poi spostarsi nuovamente indietro nel tempo e vedere la piccola Molly coinvolta in un incontro del terzo tipo proprio con i Men In Black che, non accorgendosi della bambina, non le cancellano la memoria. Crescendo, Molly è sempre più ossessionata dai MIB e fa di tutto per riuscire a entrare nella loro squadra, fino a quando non riesce ad incontrare l'Agente O (Emma Thompson, unico ritorno dei precedenti tre capitoli) e farsi assumere per un periodo di prova. Da qui in poi Molly, diventata l'Agente M, si ritroverà coinvolta in un caso più complicato del previsto che metterà a dura prova la stessa integrità dei Men In Black.

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La saga di Men in Black è estremamente delicata, perché basata su un preciso e sottile equilibrio tra commedia e fantascienza, dal ritmo coinvolgente, con azione decisiva e trama semplice, senza però essere mai scontata o banale. Men In Black International, invece, è un film che non funziona su nessuno di questi fronti. Una pellicola che vorrebbe fare unicamente affidamento sulla fama e sul carisma dei personaggi precedenti dei suoi protagonisti, quindi Thor e Valchiria, ma che li rende meno di due macchiette bidimensionali con battute banali, stereotipate ed imbarazzanti continuamente basate su questioni di genere, razza e l'insistere, con far anche fastidioso, sulla funzione e l'importanza della donna. Il cavallo di battaglia sarà "We are Men... and also Women in Black"... Una guerra fredda tra sessi coronata, ovviamente, dall'inevitabile attrazione sessuale.

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Siparietti comici infarciscono il film per due ore, sopprimendo l'azione, il dinamismo e le svolte narrative tipiche del franchise, rendendo insopportabile perfino l'interpretazione dei protagonisti, in primis Chris Hemsworth, generalmente molto abile nei ruoli più ironici e/o autoironici. Debole, debolissimo, il plot twist di questo capitolo spin off che si intuisce fin dai primi minuti di film (ma se siete ben attenti, potreste immaginarlo già dal cast). Film che si trascina su sé stesso come una carcassa svilita da una struttura fragile, debole, resa ancora più tremolante da un montaggio poco dinamico, esasperato da una dilatazione della scena del tutto inutile e priva di senso tanto per la resa e il ritmo quanto per la storia. Un montaggio più serrato, invece, e incalzante soprattutto sulle - poche - scene d'azione avrebbe sicuramente aiutato il film a spiccare, rendendolo per lo meno una pellicola di intrattenimento e non un'accozzaglia di situazioni, battutine e cast sfruttati unicamente per il loro successo in altri franchise.

Alieni? Quali alieni?

A colpire ancora più negativamente il film è la mancanza quasi totale di alieni, realizzati con una CGI a livello della computer grafica degli anni novanta, senza però il gusto vintage che avrebbe potuto omaggiare l'originale del 1997. Invece, in questo caso, è la palese mancanza di attenzione, di cura del dettaglio, di precisione nella realizzare i pochi, pochissimi elementi alieni o fantascientifici presente nel film. Sì, dimenticatevi la fantascienza... questa sconosciuta! Sembra che perfino la computer grafica sia rimasta incastrata nel gap di un'idea non ben definita e vittima di repentini e continui cambiamenti all'interno della sceneggiatura.

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Inoltre, il film è palesemente spaventato dall'idea di un confronto con l'originale del 1997, che risulta essere ancora più goffo, ancora più appesantito, portando sullo schermo due personaggi scritti male, soffocati dal politicamente corretto e dal voler far divertire a tutti i costi, facendo riflettere sulle solite tematiche di cui siamo stufi. La stessa Tessa Thompson diventa una macchietta stereotipata.

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La novellina che, paradossalmente, è già una veterana. Quella migliore, necessariamente migliore del suo compagno, e che deve ostentare la sua bravura, rendendo il personaggio di Hemsworth ancora più grottesco, ancora più banale ed insopportabile. E tutti devono sottolineare quanto lei, in fondo, sia davvero migliore, sfociando inevitabilmente nel ridicolo. Una pellicola che non ci crede, che non si prende la briga di scalfire neanche la superficie. Non ha neanche la pretesa di essere almeno un film di intrattenimento.

Multiplayer.it

4.0

Men In Black: International è l'ennesima prova che alcuni franchise non andrebbero toccati e che tutte le storie hanno il loro tempo. Un film che ha la pretesa di far funzionare una storia solo su gag e comicità, senza dare la minima importanza alla trama in sé per sé, trascurando regia, montaggio ed effetti speciali. Pellicola che non appassiona, non intrattiene ed è appesantita dai continui cambi fatti in corsa.

PRO

  • La colonna sonora di Danny Elfaman che, per fortuna, continua a restare una garanzia
  • Il cast...

CONTRO

  • ... che però non viene sfruttato al meglio
  • Una trama esile e abusata di gag e siparietti comici banali e stereotipate
  • CGI completamente inesistente con risicati elementi di fantascienza