Il papà che gioca a Final Fantasy XIV  18

Abbiamo visto l'originale serie Netflix che incrocia vita reale e Final Fantasy XIV: ecco il nostro verdetto

SPECIALE di Christian Colli   —  2 mesi fa

Due espansioni all'attivo e una community internazionale solidissima, Final Fantasy XIV è oggi uno dei pochi MMORPG a sottoscrizione rimasti tali perché, molto semplicemente, è fatto bene. Sono passati anni e ormai quella prima, indifendibile versione è un brutto ricordo: il producer Naoki Yoshida prese in mano il gioco e invece di mettere fine alle sue sofferenze con una catastrofe, lo riportò in vita. Forse non macinerà utenti come World of Warcraft, ma il titolo Square Enix si è giustamente ritagliato uno spazio memorabile nel cuore dei fan e nel franchise che gli ha dato il titolo. Nonostante ciò, fa un certo effetto aprire Netflix e vedere in prima pagina Final Fantasy XIV: Dad of Light, una miniserie originale in otto puntate ispirata a una storia vera inizialmente raccontata su un blog. Si tratta dunque di un'opera genuina o di una sfacciata pubblicità camuffata maldestramente da soap opera? Ce la siamo guardata e nelle prossime righe vi daremo una risposta.

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Il papà della luce

La premessa di Dad of Light è semplice nella sua assurdità. Hirotaro Inaba è un rappresentante giapponese che un bel giorno decide di regalare a suo figlio Akio un Famicom con Final Fantasy III. Nonostante lo scetticismo iniziale, Hirotaro si innamora del gioco e comincia a giocarlo insieme a suo figlio. Anni dopo, Akio è cresciuto e lavora anch'egli come rappresentante. Scopriamo che nel frattempo si è aperta letteralmente una voragine tra lui e suo padre, specialmente quando quest'ultimo è stato promosso e ha cominciato a lavorare di più: come succede in tante famiglie nipponiche di workaholic, i due a malapena si parlano e la signora Inaba sembra più una colf che la padrona di casa. La vita comunque prosegue tranquilla, finché un giorno Hirotaro non torna a casa... dopo essersi licenziato. Considerando che stava per essere promosso, le sue motivazioni restano un mistero. Akio è un giocatore assiduo di Final Fantasy XIV e si inventa un piano a dir poco strampalato: regala una PlayStation 4 e una copia del gioco a suo padre, che non tocca un joypad da vent'anni, senza dirgli che ci gioca anche lui. Dopodiché, una volta spiegategli le basi, intende avvicinarlo in game col suo alter ego, una Mi'qote di nome Maidy. Non gli dirà di essere suo figlio: l'obiettivo è diventare amici, ricostruire pian piano il loro rapporto e, soprattutto, scoprire perché Hirotaro - anzi, Indy Jones! - si è messo in pensione. È un'idea folle, ma Akio ha dalla sua parte un'intera Free Company e, in particolare, due Lalafel ficcanaso. Riuscirà a completare questa missione e a conciliare la sua nuova, complicata vita in famiglia coi guai a lavoro?

Diciamo subito che Dad of Light è una dramedy squisitamente giapponese in otto puntate da una ventina di minuti ciascuno: il formato è quello giusto e riesce a concentrare, in ogni puntata, praticamente la stessa struttura. Solitamente la puntata si apre con un flashback, quindi stabilisce in pochi minuti la "crisi" di turno che poi in un certo senso si riflette nella vita lavorativa di Akio, il quale cresce come individuo anche grazie alle esperienze online di suo padre. In questo senso, Dad of Light prende le distanze in più occasioni dal blog originale, per esempio introducendo le scene nell'ufficio di Akio e i suoi strampalati colleghi di lavoro: sono momenti che rasentano lo stile delle sit-com, ma che servono a inquadrare il carattere del ragazzo e i parallelismi tra lui e suo padre. Sorprendentemente, invece, il punto debole della miniserie sono le sequenze ambientate in Final Fantasy XIV, ma più che altro dal punto di vista tecnico: il motore grafico si presta malissimo alla regia e queste scene faticano a coinvolgere, anche se strappano più di una risata nei momenti realistici su cui torneremo dopo. In realtà, è proprio il rapporto tra Akio e suo padre (e tra loro due e la signora Inaba) a trainare tutta la serie, merito anche di una recitazione caratteristica ma convincente, specie da parte di Ren Osugi, un attore professionista specializzato nell'interpretare le figure paterne. Dad of Light, in effetti, cattura lo spirito del focolare domestico nipponico senza cadere negli stereotipi banali del padre padrone o della madre casalinga. Quella degli Inaba è una famiglia moderna che usa raramente le bacchette per mangiare ma, al contempo, è vittima di una tradizionale rigidità tutta giapponese. In questo senso, Dad of Light è una serie che diverte e che commuove, soprattutto per un semplice motivo: Akio e Hirotaro siamo noi.

Nabbi si nasce

Inutile tergiversare: il piano di Akio è di una stupidità clamorosa e il fatto che sia successo tutto veramente è ancora più assurdo. D'altra parte, forse è proprio questa la chiave per interpretare il messaggio che vuole trasmettere Dad of Light. Una volta finito l'ottavo episodio - che per una buona metà una specie di riassunto delle puntate precedenti - ci si rende conto che di pubblicitario la serie Netflix ha ben poco: per come presenta maldestramente Final Fantasy XIV, sembra più una pubblicità a sfavore che altro. La miniserie non si dilunga sulle meccaniche di gioco e, al netto di qualche anacronismo che solo i più attenti coglieranno, glissa completamente sugli aspetti intrinseci dell'esperienza. Ne risulta un ritratto superficiale e raffazzonato di uno dei MMORPG più complessi sul mercato. Le poche scene di combattimento sono confuse e incomprensibili ai più, mentre la regia preferisce di gran lunga mostrare gli avatar che pescano o che passano il tempo a chiacchierare nella bella casa della Free Company. Però il punto è proprio questo: Dad of Light non sta facendo pubblicità solo a Final Fantasy XIV, ma ai giochi online, produzioni che offrono ai loro utenti, e specialmente ai giapponesi introversi di natura, la possibilità di fare amicizia, comunicare e stabilire legami. Hirotaro, una volta imparato a usare la tastiera, finalmente si sblocca e comincia a raccontare di sé ai suoi compagni di gioco: Akio scopre che suo padre, sempre silenzioso e serio, è un vero chiacchierone, pronto a scherzare e a incentivare gli altri.

E così da una parte abbiamo Akio, con le sue macro che gli cambiano l'equipaggiamento all'occorrenza tra una emote e l'altra (è una metacitazione: l'attore, Yudai Chiba, è diventato famoso come protagonista di una serie tokusatsu) e dall'altra abbiamo Hirotaro, che corre intorno a Maidy perché non sa usare la tastiera e si vergogna a giocare perché in una zona innevata è l'unico avatar a maniche corte. È una dicotomia che riesce a colpire dritto nel segno chiunque guardi Dad of Light. Chi conosce il gioco o il genere, sorriderà di fronte alle "niubbate" di Hirotaro, anche perché sicuramente ci è passato in prima persona, e comprenderà perfettamente la frustrazione della Free Company di Akio quando non riesce a sconfiggere certi boss. Chi invece non ha mai toccato un MMORPG in vita propria, entrerà in empatia col confuso papà di Akio e pian piano scoprirà insieme a lui un mondo nuovo, interessante, pieno di colore e di persone vere, forse anche più vere di quelle reali. Le perplessità sulle intenzioni di Akio, che vuole diventare amico di suo padre fingendosi una ragazza, lasciano il tempo che trovano. Dad of Light è una soap da prima serata pulita e inoffensiva che forse non riesce a vendere Final Fantasy XIV come sicuramente Square Enix avrebbe voluto, ma che comunque riesce a trasmettere l'idea che i videogiochi, specie quelli online, sono tutt'altro che pericolosi e, magari nelle giuste misure, possono addirittura migliorare la vita delle persone. E in un momento in cui i giornalisti professionisti della domenica associano il primo crimine che passa il convento agli sparatutto o ai videogiochi violenti per strillare ai quattro venti la loro superiorità intellettuale, Dad of Light era proprio quello che ci voleva per riequilibrare le parti.

Final Fantasy XIV: Dad of Light è una miniserie simpatica e divertente che, pur partendo da un presupposto semplicemente assurdo, nell'arco delle sue otto, brevi puntate costruisce un intreccio interessante a cavallo tra la vita reale e quella virtuale. E poi riesce a trasmettere un messaggio prezioso e a sembrare molto meno pubblicitaria di quello che vorrebbe essere, il che non guasta.

PRO

  • Si lascia guardare con piacere
  • La colonna sonora di Final Fantasy XIV!
  • Trasmette un messaggio bello e sincero

CONTRO

  • La maggior parte delle scenette in ufficio
  • La soporifera regia durante le scene nel gioco
  • Per comprenderla a fondo bisogna conoscere un minimo i giapponesi