Google, tutti i fallimenti dell'azienda 29

Riscopriamo alcuni dei più famosi progetti di Google finiti nel cestino.

SPECIALE di Luca Olivato   —   08/04/2019

Indice

Il titolo è ovviamente provocatorio perché un'azienda, Google, che nell'arco di una ventina d'anni passa dalle mura di un'aula universitaria ad essere la quarta più capitalizzata del pianeta (e il primo posto di Microsoft non è poi così distante), è la quintessenza del successo. Ma, come tutte le società che desiderano mantenere il proprio vantaggio competitivo, anche quella fondata da Larry Page e Sergey Brin ha cercato di introdurre nel mercato dei prodotti innovativi, alcuni dei quali si sono rivelati un vero e proprio buco nell'acqua. C'è chi ne conta addirittura più di cinquanta, noi ci limiteremo a ricordare quelli che ci sembrano più significativi, senza rispondere però alla domanda che molti giocatori si stanno facendo: anche Stadia entrerà in questo elenco?

Chromecast Audio (2015-2019)

Questo inutilissimo gadget fa(ceva) parte della più ampia famiglia Chromecast (che invece continua ad essere prodotta e sviluppata). Presentato nel 2015, il dongle dalle forme di un piccolo vinile si collega al jack 3,5mm dei dispositivi audio, siano questi casse singole o impianti stereo e, connettendosi alla rete domestica, è in grado di fornire una sorgente di alta qualità al diffusore. Grazie ad esso è possibile effettuare streaming da siti come Netflix, Spotify, YouTube, portando al passo coi tempi sistemi non più verdissimi, complice il fatto che in passato sono stati commercializzati dei prodotti con standard eccelsi. Gli smart speaker dotati di connettività Wi-Fi e gli assistenti vocali, nel frattempo, si sono sempre più diffusi rendendo rapidamente obsoleta questa sorta di upgrade per dispositivi d'antan. Morale della favola: dopo poco più di quattro anni Big G ha deciso di ritirare dal mercato Chromecast Audio, ma difficilmente qualcuno ne sentirà la mancanza.

Allo (2016-2019)

Quando si tratta di programmi di messaggistica, Google ha parecchie cose da insegnare su come non ci si dovrebbe comportare. Nello strenuo inseguimento a Skype e Whatsapp la società di Mountain View ha rilasciato numerose app che spesso si pestavano i piedi: da Hangouts (anch'esso in fase di restyling) a Talk, passando appunto per Allo. Lanciato nel 2016, si trattava di un web-client per sistemi Android e iOS che utilizzava i numeri di telefono come identificatori e permetteva lo scambio di file di grosse dimensioni. Una delle caratteristiche su cui Google faceva molta leva era l'utilizzo dell'intelligenza artificiale. Sfruttando la machine learning l'assistente suggeriva quale risposta fornire all'interlocutore ed eventualmente quale emoji per rendere più efficace la comunicazione. Tutto molto bello, peccato che dei due miliardi di potenziali utenti solamente il 2,5% si fosse avvicinato a questa app. Allo ha chiuso ufficialmente i battenti in marzo, ma lo sviluppo era stato arrestato già nell'aprile del 2018. Questo non significa che tutto il lavoro svolto nella Silicon Valley sia andato perso: si è trattata di un'altra tappa nello sviluppo del protocollo RCS con cui Google intende rimpiazzare l'obsoleto sistema di SMS rinunciando in qualche modo ad avere un'applicazione dedicata come Messenger di Facebook. L'evoluzione si chiama Chat è sarà gestita direttamente dagli operatori di telefonia: i primi esperimenti dovrebbero essere visibili già entro la fine di quest'anno.

Google+ (2011-2019)

Google è un colosso del web, ma paradossalmente non è riuscita ad imporsi come piattaforma di social network. Il tentativo più ambizioso per far concorrenza a Facebook, Twitter e compagnia è stato varato nel 2011 con Google+, presentato come successore di Buzz, che a sua volta aveva rimpiazzato Google Wave; da qualche giorno ne stiamo recitando il de profundis. Con Plus, Google intendeva utilizzare la medesima strategia coercitiva adottata da Microsoft per i propri browser: visto che gli utenti di Gmail sono decine di milioni, associamo "automaticamente" a ciascuno di essi un profilo ad hoc; se qualcuno vuole pubblicare un video su YouTube "costringiamolo" ad aprire un account dedicato, e via discorrendo. Nel primo mese dal lancio gli account erano già 25 milioni e la strada per mettersi testa a testa con la concorrenza sembrava tutta in discesa, ed infatti un paio d'anni più tardi il numero di iscritti era già leggermente superiore a quello di Facebook. Cosa allora non ha funzionato? Lo spiega la stessa società nella nota diramata per spiegare il motivo della chiusura del servizio: il 90% delle sessioni rimaneva attiva per meno di 5 secondi, un tempo un po' troppo breve anche semplicemente per postare una foto. Un altro dei problemi principali che accelerato il declino di Plus è stata la famosa falla di sicurezza nelle API, corretta nel marzo del 2018, che per ben tre anni avrebbe messo a repentaglio la privacy di mezzo milione di utenti. Probabilmente però il vero tallone d'Achille di Google+ è stato il fatto di non essere un social network tout-court, e di avere alla base un meccanismo tanto raffinato quanto poco immediato, come quello delle cerchie. Analizzare adeguatamente i motivi di un simile insuccesso richiederebbe però molte più righe di quelle che ci sono concesse, motivo per cui vi consigliamo di visitare il blog di un addetto ai lavori, Riccardo Esposito, che dice la sua in questa pagina. Questo significa che Google abbia mollato la presa sul mercato social? Non lo sappiamo ancora con certezza, probabilmente la nuova filosofia prevede di fare le cose meno in grande, visto che il progetto Arcade, presentato lo scorso anno, dovrebbe limitarsi ad organizzare la community di videogiocatori. In questo senso sarà molto importante l'integrazione con Stadia.

Glass (2013-2015)

Fino a questo momento ci siamo occupati di progetti chiusi nel 2019, ma scorrendo un po' più indietro gli annali possiamo scovare qualche altro clamoroso flop. Uno dei più famosi è sicuramente Glass, vale a dire gli occhiali di Google per la realtà aumentata. Non è propriamente corretto definirli "defunti": lo sviluppo, ora affidato a X, una delle società controllate dalla capogruppo Alphabet, continua e proprio lo scorso anno è stata presentata una versione destinata all'uso industriale, ma per il momento non è previsto un ritorno nel mercato retail, ufficialmente abbandonato nel 2015, dopo soli due anni dalla commercializzazione. Questi occhiali tecnologici erano particolarmente avanzati (e costosi: 1.500$ per un paio), tanto da proiettare direttamente sulla retina dell'utente informazioni in tempo reale, come previsioni meteo, notifiche di messaggi e indicazioni stradali. L'audio a conduzione ossea era un'altra chicca di questo dispositivo che è stato prodotto da Luxottica.

Picasa (2004-2016)

Il software di videoritocco sviluppato da Lifescape, società fagocitata da Google nel 2004, ha ufficialmente chiuso i battenti nel 2016, dopo diversi mesi di arresto negli aggiornamenti. L'utility Picasa, proposta come freeware, ha conosciuto l'auge verso la fine del primo decennio degli anni 2000, ma è stata soppiantata da Photo (a sua volta successore di Picnik), app inizialmente facente parte di Google+ che, a differenza di quest'ultimo, continua ad essere sviluppata.

Goggles (2010-2018)

Altra app che permetteva di potenziare la realtà, Goggles è durata all'incirca otto anni prima di essere abbandonata nell'estate scorsa. Come funziona(va)? Molto semplicemente inquadrando un oggetto con la fotocamera del telefono, il software utilizzava la potente ricerca di Google per trovare in rete tutte le informazioni ad esso collegate. Idea potenzialmente interessante ma che forse necessitava di una migliore integrazione con il software di ricerca, Goggles è stato sostituito da Lens che nei fatti è la stessa cosa (potenziata) con un nome più decoroso.

QuickOffice (2012-2014)

Anche in questo caso non si può parlare di un fallimento vero e proprio, visto che la suite di produttività di Google è viva e vegeta e si chiama, molto creativamente, Docs. In ogni caso saranno in molti a ricordarsi le icone dell'utility dell'omonima società sugli schermi degli smartphone di inizio decennio (per la precisione sui dispositivi dotati di Android KitKat 4.4 era una delle app preinstallate): nel 2012 Big G acquisì lo sviluppatore di QuickOffice rendendolo freeware, e un paio d'anni più tardi lo trasformò nella suite proprietaria.

Orkut (2004-2014)

Il primo social network di Google è stato sviluppato da uno dei suoi dipendenti, l'ingegnere turco Orkut Büyükkökten che è poi lo stesso che ha lanciato Hello. Lanciata nel 2004, lo stesso anno di nascita di Facebook, è durato una decina d'anni prima di essere chiuso evitando la competizione interna con Google+. Nonostante in terra natia Orkut abbia trovato una certa resistenza alla penetrazione di mercato, schiacciato dal lavoro di Mark Zuckerberg, in Brasile ed India ha inizialmente riscosso un notevole successo, arrivando addirittura a coprire la metà della popolazione della nazione carioca.

Corvaccio del malaugurio

L'elenco è lungo e potrebbe andare avanti ancora per parecchie righe: il sito Google Cemetery si è preso l'incarico di fare da becchino di tutti i progetti abbandonati sui crinali delle colline di Santa Cruz, e comprende altri illustri esemplari come Answers (il servizio di risposte a pagamento), Inbox (incompresa ed incomprensibile alternativa a Gmail), Reader (l'aggregatore di feed RSS). I colleghi di Kotaku, Jason Schreier e Maddy Myers, in un'intervista a Phil Harrison hanno toccato l'argomento in modo molto diretto, chiedendo al manager se anche Stadia corra il rischio di fare la stessa fine di altri ambiziosi tentativi. Phil si è detto consapevole degli errori passati, ma ha fatto capire che il progetto di cui è responsabile coinvolge numerosi altri gruppi di Google, facendo capire che la posta in palio è troppo alta per pensare di poterla abbandonare senza rimorsi. Si tratta come sempre di frasi di circostanza, in quanto lo stesso Google+ ha coinvolto praticamente tutti i centomila dipendenti del gruppo, senza che se ne riuscisse a cavare un ragno dal buco. Come sempre il tempo sarà giudice insindacabile, ma certo il piatto è troppo ricco per pensare che gli altri colossi dell'intrattenimento restino a guardare: la competizione, soprattutto con Microsoft, si riaccende.

#Google

Google