È giorno ma il Sole scompare inghiottito da un disco nero, il cielo si fa buio, è un fenomeno fuori dall'ordinario. Ancora più fuori dall'ordinario se succede circa ogni diciotto anni. Si chiama Saros e prima di essere il titolo del nuovo progetto di Housemarque, questo è il nome con cui la scienza ha chiamato un fenomeno astronomico ben preciso.
Ebbene sì, Saros non è una parola inventata: molto prima di approdare sulle vostre PS5, il termine indicava un fenomeno astronomico noto da millenni, un ciclo di circa 18 anni, 11 giorni e 8 ore dopo il quale Sole, Terra e Luna tornano in una configurazione quasi identica, permettendo il ripetersi di eclissi molto simili tra loro. Gli astronomi dell'antichità utilizzavano questo schema per prevedere il ritorno delle eclissi, osservando come il cielo sembrasse riproporre le stesse ombre seguendo una logica ciclica. Una grande lezione sulla dimensione dei nostri errori e sul significato della parola "ritorno".
Dove abbiamo già sentito questa parola? Returnal... Sarà giusto una pure coincidenza che proprio il medesimo studio finlandese autore di Returnal abbia presentato la storia di Arjun Devraj, un uomo intrappolato sul pianeta Carcosa sotto una misteriosa eclissi permanente. Ogni morte modifica il mondo, ogni tentativo lascia conseguenze, ogni ritorno produce nuove possibilità.
A prima vista sembra proprio una naturale evoluzione delle idee già esplorate in Returnal. Osservandolo più da vicino, però, emerge qualcosa di diverso: il loop non appare soltanto come una meccanica di gioco, ma come una metafora del modo in cui gli esseri umani elaborano fallimenti, perdite e traumi.
L'intero immaginario del gioco sembra ruotare attorno a una domanda che riguarda molto più noi che la fantascienza: cosa significa tornare dopo aver fallito?
Carcosa come paesaggio mentale del trauma
Una delle più grandi illusioni culturali che abbiamo costruito attorno alla sofferenza è l'idea che il dolore sia un percorso lineare. Succede qualcosa. Lo elaboriamo. Andiamo avanti. Fine.
È una rappresentazione rassicurante, ma la psicologia racconta una storia diversa. Gli studi sul trauma mostrano da decenni che la guarigione raramente segue una linea retta. Chi attraversa un lutto, una perdita o un evento particolarmente difficile tende a ritornare sugli stessi ricordi, sugli stessi eventi, sugli stessi errori. Alcuni giorni abbiamo superato tutto. Il giorno successivo ci ritroviamo esattamente nello stesso punto emotivo in cui eravamo mesi prima. Non si tratta di una regressione, né di un fallimento del processo di guarigione. È il modo in cui il cervello cerca di attribuire nuovi significati a esperienze che hanno modificato profondamente la percezione di sé.
L'elaborazione non è un'autostrada. Molti terapeuti descrivono questo processo come una spirale. Si ritorna continuamente negli stessi luoghi interiori, ma ogni volta con una prospettiva leggermente diversa. Ed è qui che il concetto di Saros assume un significato sorprendentemente umano. Come le eclissi, anche i nostri traumi ritornano. Mai uguali. Mai completamente diversi.
Ne è la prova più lampante l'ambientazione e il paesaggio del gioco di Saros: Carcosa non appare come un pianeta tradizionale. È ostile, oscuro. Mutevole. Carcosa sembra sfuggire a qualsiasi logica rassicurante: le architetture sfidano la comprensione immediata, gli spazi trasmettono inquietudine e l'eclissi permanente domina il cielo come una presenza immobile. Un immaginario che si avvicina alle rappresentazioni psicologiche del trauma.
Tempo e spazio frammentati dalle nostre percezioni, il passato che continua a infiltrarsi nel presente, esperienze apparentemente concluse che mantengono effetti emotivi. In altre parole, il paesaggio stesso diventa memoria, ogni avanzamento comporta inevitabilmente un ritorno.
In questo senso, Carcosa sembra meno una destinazione spaziale e più una geografia interiore. Non è soltanto un pianeta da esplorare, ma uno spazio che reagisce alle sconfitte del protagonista e che cambia insieme alla sua esperienza. Le sue oscurità, i suoi percorsi mutevoli e la sua natura instabile ricordano il modo in cui la mente umana affronta ciò che non è ancora riuscita a elaborare completamente.
Perché il fallimento ci spaventa così tanto?
La cultura contemporanea ha un rapporto contraddittorio con il fallimento. Da una parte continua a ripetere che sbagliare è necessario per crescere; dall'altra costruisce sistemi che premiano quasi esclusivamente il successo. Il risultato è che molte persone finiscono per interpretare l'errore come una prova della propria inadeguatezza.
Fallire significa fermarsi. Fallire significa essere inadeguati. Fallire significa perdere terreno.
La psicologa Carol Dweck ha dedicato gran parte della propria ricerca al cosiddetto growth mindset, mostrando come la differenza tra chi cresce e chi si blocca non dipenda tanto dal numero di errori commessi, quanto dal significato attribuito a quegli errori. Chi considera il fallimento una condanna tende ad arrendersi più facilmente; chi lo interpreta come una fonte di informazioni tende invece a perseverare e adattarsi.
Saros sembra costruito proprio intorno a questa seconda interpretazione. Ogni morte modifica il personaggio, ogni sconfitta lascia qualcosa e ogni ritorno contiene una forma di apprendimento. Il ciclo non punisce. Trasforma. Non serve resistergli, serve capirlo e accettarlo.
Oltre la resilienza: la crescita post-traumatica
Quando si parla di resilienza, spesso si commette un errore. La si immagina come una forma di forza, come la capacità di sopportare tutto, anche il dolore, anche i traumi, una resistenza quasi eroica. Negli ultimi anni, però, la ricerca psicologica ha iniziato a concentrarsi su un concetto ancora più interessante: la crescita post-traumatica.
Gli psicologi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun hanno utilizzato l'espressione Post-Traumatic Growth per descrivere quei cambiamenti positivi che alcune persone sviluppano dopo aver affrontato eventi estremamente difficili. Non perché il trauma sia benefico, ma perché il processo di ricostruzione può portare a nuove capacità di adattamento, nuove priorità esistenziali e a una diversa percezione delle proprie capacità.
La resilienza non consiste nel mutare dopo un evento traumatico. Consiste anzi nel riuscire a cambiare senza snaturarsi. La crescita nasce dal lavoro necessario per riuscire a esistere mentre si resta.
Ed è esattamente qui che il loop di Saros sembra assumere una valenza simbolica molto forte. Il protagonista non si limita a resistere: viene modificato da ogni ciclo, accumulando esperienza e cambiando progressivamente il proprio modo di affrontare il mondo.
Costruire il proprio ritorno dalle nostre eclissi grazie a Saros
Cinema e letteratura possono rappresentare il fallimento. Il videogioco possiede però una caratteristica unica: un videogioco può fartelo vivere.
Quando un personaggio cinematografico sbaglia, lo spettatore osserva. Quando un giocatore fallisce, partecipa. Frustrazione, incertezza, apprendimento e soddisfazione non vengono semplicemente raccontati, ma vissuti in prima persona.
Per questo il loop di Saros è diventato una delle strutture narrative più interessanti del medium. Non soltanto perché funziona sul piano ludico, ma perché riflette qualcosa che conosciamo bene anche fuori dagli schermi: la crescita personale raramente avviene al primo tentativo.
Si riprova. Si cambia strategia. Si commettono nuovi errori. E gradualmente si costruisce una versione diversa di sé. L'incapacità di riuscire al primo colpo è ciò che ci fa migliorare. In poche parole è ciò che ci rende migliori.
Forse il significato più profondo di Saros non riguarda il cosmo né la fantascienza. Riguarda proprio questo senso di ritorno.
Le eclissi ritornano. I traumi ritornano. Le paure e i fallimenti riemergono nella nostra vita seguendo percorsi meno ordinati ma altrettanto persistenti. La differenza è che noi non siamo mai identici quando li incontriamo di nuovo. Possiamo fare qualcosa di molto simile a ciò che succede in Saros. Possiamo attribuire un significato diverso a ciò che è accaduto. Possiamo modificare il modo in cui rispondiamo.
Possiamo accettare che alcune ombre continueranno a tornare e comprendere che il vero cambiamento non avviene quando il ciclo finisce. Avviene quando siamo noi a non essere più gli stessi all'interno di questa eclissi.
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