Il Trono di Spade 8, la recensione della stagione finale 76

Tiriamo le somme su Il trono di spade 8 con la recensione della stagione finale intera appena conclusa, che ha sollevato un vespaio e che ha messo la parola fine a una serie TV che ci ha accompagnato per tanti anni.

RECENSIONE di Christian Colli   —   23/05/2019

Indice

Attenzione! Questa è la recensione de Il Trono di Spade 8, la stagione finale della serie televisiva Game of Thrones: nelle prossime righe analizzeremo com'è andata, perciò troverete inevitabilmente anticipazioni e spoiler. Non leggete oltre se non avete ancora visto questa stagione!

Nessun viaggio dura in eterno. Prima o poi si arriva a destinazione e, guardandosi indietro, non si può fare a meno di ripensare a tutti i momenti, belli e brutti, che abbiamo vissuto durante il tragitto. Ogni viaggio ha i suoi saliscendi. Ci sono gli istanti indimenticabili, nel bene e nel male, che ti porti sempre dentro, e poi ci sono quei momenti in cui, immancabilmente, ti sei chiesto: ma perché sono partito? Abbiamo viaggiato per nove anni insieme agli Stark, abbiamo fatto soste lunghe e soste lunghissime, ansiosi di raggiungere la tappa successiva, anche se qualche volta abbiamo pensato che avremmo fatto meglio a restarcene a Grande Inverno. E una volta arrivati a destinazione, che per qualcuno è stato un po' come tornare a casa, non abbiamo trovato un solo valido motivo per rimpiangere tutta la strada percorsa per arrivare al Trono di Spade. Ci sono rimasti dentro i momenti belli e quelli bruttissimi, consapevoli che niente è perfetto, men che meno una serie televisiva ad alto budget tratta da un ciclo di romanzi che non è ancora stato completato. Game of Thrones, però, non è una serie televisiva come le altre.

Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin erano già famose prima che HBO acquistasse i diritti per realizzare una serie TV con attori in carne e ossa, ma già i primi episodi della stagione iniziale avevano convinto gli spettatori di trovarsi di fronte a qualcosa di speciale in cui scrittori, registi e attori stavano dando veramente il massimo. In TV non si era mai visto nulla del genere e nel giro di poche settimane Il Trono di Spade è diventato un vero fenomeno di massa. Questo spiegherebbe come mai l'ultima stagione, quella che avrebbe dovuto sciogliere l'intricata matassa imbastita nelle sette stagioni precedenti, abbia seminato così tanta discordia. Come si suol dire, più sono grossi e più rumore fanno quando cadono, e l'ultima stagione di Game of Thrones è stata indubbiamente meno incisiva rispetto alle precedenti. Ecco, è importante fare questa precisazione prima di analizzarla un po' più a fondo. Il voto che abbiamo dato alla stagione non è una media matematica di quello assegnato agli episodi che la costituiscono, ma un giudizio espresso proprio in rapporto a quello che la serie è riuscita a trasmetterci gli anni passati.

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Un finale inatteso

"Se pensi possa esserci un lieto fine, non hai prestato abbastanza attenzione": lo diceva Ramsay Bolton a Theon Greyjoy, quando quest'ultimo era suo prigioniero nella terza stagione, episodio sei. La battuta, negli anni, è diventata praticamente il meme più rappresentativo de Il Trono di Spade, una serie che ci ha abituato fin dall'inizio a tragedie indicibili. Sono stati questi colpi di scena a rendere famosi i racconti di Martin, un autore che si è dilettato a sterminare intere casate, uccidendo improvvisamente persino i protagonisti dei suoi libri in modo da tenere i lettori costantemente sulle spine. Sotto questo punto di vista, il lieto fine agrodolce de Il Trono di Spade televisivo non è stato affatto scontato. Se avessimo scommesso sulla strage del cast, avremmo perso, dato che la maggior parte dei comprimari è arrivata viva ai titoli di coda del sesto episodio. E gli Stark, dopo aver vissuto peripezie orribili e aver incassato una sconfitta dopo l'altra, hanno vinto il gioco del trono: Bran è il nuovo re di Westeros, Sansa regna sul Nord autonomo, Arya vivrà nuove avventure in lande sconosciute.

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Un finale aperto, tutto sommato, che ci rassicura circa il futuro di questo mondo, finalmente nelle mani di un concilio di menti perlopiù oneste e leali. Bran si è circondato di fedelissimi che, mossi dal senso del dovere, dell'onore o dell'altruismo, lo aiuteranno a governare i Sei Regni nel miglior modo possibile. I "cattivi" hanno perso: Cersei è morta, Euron pure, il Re della Notte è stato sconfitto. Era difficile immaginare che gli scrittori David Benioff e D. B. Weiss, orfani della base di Martin dalla quinta stagione, avrebbero voluto chiudere la serie su una nota positiva, ma il finale funziona e ci consegna una vittoria su più livelli. Dopo tutto, sarebbe stato probabilmente più scontato continuare a sterminare il cast solo per stupire gli spettatori, in una stagione conclusiva che doveva necessariamente chiudere le sottotrame nelle quali abbiamo investito il nostro tempo per anni. In questo senso, è stata forse la repentina dipartita del Re della Notte a scioccare gli spettatori che l'avevano ormai inquadrato come "big bad" della serie e che invece Arya ha eliminato a metà stagione, mettendo un punto all'invasione dei morti che avrebbe dovuto essere la più grande minaccia mai affrontata nel continente occidentale.

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Quello che ci è piaciuto

La lunga notte, il terzo episodio de Il trono di spade 8 in cui Grande Inverno si difende dall'attacco degli Estranei, in questo senso è stato quasi soltanto un pretesto per riunire nello stesso set la maggior parte degli attori che, negli anni precedenti, hanno vissuto disavventure separate. È stato bello vedere Jaime Lannister battersi al fianco degli Stark e riscattare il proprio onore, prima di cedere all'inevitabile desiderio di tornare dalla sorella. Una decisione che i fan del bravo Nikolaj Coster-Waldau non hanno digerito ma che a noi sembra assolutamente umana: Jaime ha amato sua sorella per una vita intera, ha ucciso per lei e da lei ha avuto quattro figli, trascorsi che nessuno riuscirebbe a gettarsi alle spalle. I Lannister sono sempre stati personaggi complicati, ma su una cosa crediamo che siano tutti d'accordo: al netto di un ruolo più sfortunato rispetto al passato, lo straordinario Tyrion di Peter Dinklage ha letteralmente trascinato la serie ogni volta che è comparso in scena. Insomma, è stato bello vedere tutti questi personaggi interagire, sebbene non sempre nel modo migliore o più sensato possibile. Gli showrunner si sono ritrovati improvvisamente a gestire un cast enorme in pochi episodi e dare a ciascun personaggio il tempo di cui aveva bisogno prima di scomparire era un'impresa titanica.

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Tutto sommato è andata bene così, anche perché per molti caduti - come Jorah Mormont, Beric Dondarrion o Theon - le storyline si erano già concluse. Gli scrittori hanno dovuto quindi barcamenarsi tra l'approfondimento dei personaggi, le tempistiche della sceneggiatura, le grandi scene d'azione per cui è stato chiamato alla macchina da presa ancora Miguel Sapochnik, regista rivelazione che ha diretto le migliori puntate della serie a mani basse col sostegno di uno straordinario team di truccatori, maghi degli effetti speciali e costumisti. L'eccellente colonna sonora di Ramin Djawadi ha seguito ogni scena, puntuale e precisa, esaltando anche quelle più deboli. Sotto questo punto di vista, Game of Thrones 8 non ci ha deluso proprio per niente, regalandoci qualche scorcio che non sarebbe stato fuori luogo in un cinema vero e proprio, momenti esaltanti e sequenze da brivido. E una volta tanto, HBO non ha sentito la necessità di accontentare le tempeste ormonali del pubblico rubando tempo alla storia per mostrare scene di sesso o di nudo completamente gratuite. Ironica, sotto questo punto di vista, la morale di tutta la storia: non sono i più ricchi e i più belli a rendere il mondo un posto migliore, ma gli storpi, i nani e gli emarginati.

Sansa Theon Romance

Quello che non ci è piaciuto

La stagione conclusiva de Il Trono di Spade tutto sommato ci ha soddisfatto, ma non possiamo negare che sia stata realizzata in modo frettoloso e, qualche volta, persino grossolano. Se dovessimo fermarci ad analizzare ogni singolo plothole, la nostra recensione diventerebbe un saggio: sì, abbiamo notato anche noi alcune incongruenze nella sceneggiatura - tipo gli Immacolati e i Dothraki che diminuiscono e aumentano all'occorrenza, per citarne una - ma non ci è sembrato che abbiano distorto particolarmente il messaggio che voleva trasmettere la storia. È indubbio che l'assenza di una base solida, come lo sono stati i romanzi di Martin, abbia inficiato su alcuni aspetti della narrazione, soprattutto per quanto riguarda i dialoghi e i tempi del racconto, ma al netto di un montaggio poco attento e di qualche blooper che ha fatto un po' troppo scalpore (la storia della tazza di Starbucks e delle bottiglie d'acqua di plastica ormai la conoscerete tutti) abbiamo avuto più che altro la netta impressione che gli sceneggiatori volessero chiudere con la serie il più presto possibile per dedicarsi ad altro, magari in una galassia lontana lontana.

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Il fatto è che, abituati alla qualità elevatissima delle prime stagioni che hanno reso famoso Il Trono di Spade, e dopo ben due anni di attesa per questi ultimi sei episodi, era normale aspettarsi qualcosa allo stesso livello, mentre l'ottava stagione ha ingranato la marcia fin dai primi minuti, disponendo le pedine sulla scacchiera forse troppo velocemente per assaporare l'intento di ogni mossa. E così Il Trono di Spade, una serie che ci ha avvinto coi suoi lenti intrighi politici e i suoi inquietanti momenti di calma piatta, è diventata improvvisamente una serie fantasy di guerra e di azione. Otto anni dopo, insomma, abbiamo avuto la sensazione che infine il blocco dello scrittore abbia colpito anche Benioff e Weiss, oltre che Martin, e all'improvviso anche Game of Thrones ha sofferto tutti quei piccoli e grandi problemi che ogni serie televisiva prima o poi attraversa. Una cosa è sicura: l'ultima stagione de Il Trono di Spade avrebbe avuto bisogno di qualche episodio in più. Forse un'intera tranche da dieci episodi avrebbe aiutato gli sceneggiatori a dipanare meglio certi snodi narrativi, rendendo più chiaro lo scorrere del tempo e il peso che gli eventi hanno avuto sui personaggi.

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La svolta malvagia di Daenerys Targaryen è probabilmente l'esempio più calzante che possiamo fare per esprimere le nostre perplessità. Che Dany non avesse tutte le rotelle a posto, libri e serie TV l'hanno suggerito sibillinamente ma non troppo, e a più riprese. Dany era abituata a essere vista come una messia, una portatrice di libertà dinnanzi alla quale tutti si inchinavano, disposti a ribellarsi e a scommettere le loro vite pur di consegnarle il potere. Dany arriva nel continente occidentale e tutti diffidano di lei, perde due "figli" su tre, perde il suo più fidato consigliere, la sua migliore amica, l'amore del suo compagno che si rivela essere il vero erede al trono, oltre che un parente. Sola e disperata, Dany vede in quella città di Approdo del re che non si inchina al suo cospetto un nemico da schiacciare. E sbrocca. Dany si è sempre considerata nel giusto, una forza cui tutto è concesso per il bene superiore. Il Trono di Spade ci insegna che gli esseri umani sono individui orribili, soprattutto quelli che hanno il potere e un obiettivo per cui usarlo. E la svolta di Daenerys era il colpo di scena definitivo con cui chiudere la serie, smontando la figura della protagonista pezzo dopo pezzo. Era il colpo di scena che volevano tutti ma che nessuno era pronto ad accettare.

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Era, però, anche una trasformazione che non poteva e che non avrebbe dovuto risolversi nell'arco di una sola puntata. La sceneggiatura ha affrettato un cambiamento cruciale che doveva respirare più a lungo, seminare il dubbio negli spettatori e incutere il timore che, sì, forse Dany rischiava davvero di diventare Darth Vader. E così la sceneggiatura ha sacrificato Daenerys, ma del resto ha sacrificato anche Cersei - l'eccezionale Lena Headey ha avuto soltanto 25 minuti di screentime in tutta la stagione - e, in un certo senso, persino Jon. Molti si sono lamentati che Jon Snow, l'altro protagonista indiscusso della serie, non abbia fatto granché per tutta la stagione, limitandosi a esserci e basta, mentre Arya faceva tutto il lavoro sporco al suo posto. C'era una profezia che tutti davano per scontato parlasse di Jon, il principe promesso, ma forse possiamo interpretare la questione in due modi. Nel primo, la profezia si è risolta in un nulla di fatto. In fondo questo è Il Trono di Spade, dove non sempre c'è un profondo significato in quello che succede. Forse la profezia era una cavolata.

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La seconda interpretazione, invece, ci fa pensare che forse Jon aveva già compiuto le imprese cui era stato destinato, innescando una reazione a catena che ha condotto Jon Snow il bastardo nella fatidica sala del trono dove ha ucciso Daenerys e distrutto, indirettamente, il simbolo del potere dinastico. Ma forse anche questo aspetto della storia avrebbe avuto bisogno di più tempo per carburare, per essere rimarcato, per rendere anche meno sottile quel suo ultimo sguardo alla Barriera nel finale della serie, quando Jon si lascia davvero tutto alle spalle. Alla fin fine, tutto quello che abbiamo trovato di negativo nell'ottava stagione, si riconduce alla fretta. L'insopportabile Euron, il Re della Notte sconfitto nel giro di un solo episodio, la stessa riunione con cui i rappresentanti dei Sette Regni eleggono un nuovo sovrano.

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La domanda che ci siamo posti, mentre guardavamo ogni episodio sentendoci questa specie di fiato sul collo, è la seguente: ci siamo divertiti? Sì. Assolutamente. Il Trono di Spade ci ha restituito anche quest'anno un'esperienza visiva straordinaria e soprattutto ci ha dato una conclusione. Lacunosa, se vogliamo, ma comunque ce l'ha data, e finché Martin non finirà di scrivere i suoi libri, ci dobbiamo accontentare. In fondo è solo televisione. Nel mentre ci guardiamo intorno e vediamo fan inviperiti che aprono petizioni per rifare la stagione, neanche avessero servito loro una Rianata quando avevano ordinato una Margherita, incapaci di rendersi conto che un prodotto televisivo fatto e finito non si può rifare: basta smettere di seguirlo. Eppure l'ultimo episodio de Il Trono di Spade ha raggranellato tredici milioni di spettatori, niente male come risultato per una serie che non voleva più vedere nessuno.

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7.7

Abbiamo seguito Il Trono di Spade per tanti anni e, come succede in questi casi, sebbene quello di Game of Thrones sia un evento più unico che raro, avremmo voluto che la serie si concludesse davvero col botto, superando ogni stagione precedente sotto tutti gli aspetti, chiudendo ogni sottotrama alla perfezione, senza buchi, senza scivoloni o insensatezze. Purtroppo non è andata così. Il finale ci ha soddisfatto e secondo noi chiude dignitosamente la storia del trono di Westeros, ma forse sarebbe servito qualche episodio in più per rendere giustizia ai personaggi iconici e indimenticabili che ci hanno accompagnato per tutto questo tempo. Una stagione imperfetta, insomma, ma comunque emozionante. E in fondo l'importante è sempre e solo quello.

PRO

  • Il significato allegorico del finale
  • Peter Dinklage
  • L'ottima regia in alcune puntate

CONTRO

  • La frettolosità della narrazione
  • Gli scivoloni nel montaggio e nella scrittura
  • Sarebbe servita qualche puntata in più