Blizzard, cosa bolle in pentola? 14

Dopo l'ondata di licenziamenti che ha colpito Activision Blizzard in modo trasversale, proviamo a capire quale futuro attende i creatori di Warcraft.

SPECIALE di Rosario Salatiello   —   06/04/2019

Tra le tante cose che ci fanno amare il mondo dei videogiochi, c'è anche la sua capacità di creare legami molto forti tra chi i giochi li sviluppa e chi invece ne fruisce. La stessa cosa avviene senza dubbio anche in altre aree dell'intrattenimento, ma in ambito videoludico questo legame può contare spesso su una naturalezza basata sul fatto che chi crea i videogiochi non appare irraggiungibile agli occhi delle masse come una star del cinema o della musica (salvo rare eccezioni), ma come una persona comune. Al di là delle personalità più note, tutti i team di sviluppo sono infatti composti da individui che lavorano sodo e guadagnano uno stipendio normale, spesso dopo aver coronato il sogno di entrare a far parte di un gruppo di cui essi stessi in precedenza erano fan come tanti altri. Il senso di comunità e di appartenenza può quindi riuscire ad avvolgere alla perfezione chi sta da ambo i lati, trovando terreno fertile per accrescersi nel caso dei team di sviluppo storici. Soprattutto quelli che nel corso della loro vita hanno saputo coniugare un'offerta di qualità elevata, affiancata a delle politiche che mettessero il videogiocatore al centro dell'attenzione. Tra questi c'è senza dubbio Blizzard, studio storico al quale grandissima parte di noi è legata da decenni grazie alle battaglie epiche combattute in Warcraft e StarCraft, alle tante avventure vissute dentro World of Warcraft, oppure in tempi più recenti grazie ai duelli giocati in Overwatch. Proprio in considerazione di questo tipo di legame, la notizia dei licenziamenti che hanno colpito a più livelli Activision Blizzard non ci ha lasciati indifferenti, destando in noi un po' di preoccupazione per le sorti di Blizzard Entertainment, con quasi trent'anni di vita uno dei team più amati nel panorama videoludico. La scure dei licenziamenti sembra però essere solo l'aspetto più eclatante di una serie di turbolenze che sarebbero partite già da qualche tempo: è arrivato il momento di fare insieme il punto della situazione.

Activision Blizzard: record e licenziamenti

Come spesso succede, prima di provare a fare un salto in avanti dobbiamo prendere la rincorsa e fare qualche passo indietro, partendo dalla conferenza in cui Activision Blizzard ha annunciato i risultati dell'ultimo anno fiscale. Il 2018 della società è stato da record: 7,5 miliardi di fatturato e 1,8 miliardi di profitti, che però non sono stati abbastanza per evitare a circa 800 persone di perdere il proprio posto di lavoro. Una notizia in contrasto con quanto appena riportato, quantomeno per il senso comune, ma non per le leggi della finanza. Così, i colpi di mannaia sono stati effettuati in modo trasversale in tutta Activision Blizzard, compresa Blizzard Entertainment: secondo quanto si è venuto a sapere successivamente, il team avrebbe perso 209 impiegati, la maggior parte dei quali impegnati in ruoli non legati allo sviluppo dei videogiochi. I reparti IT e marketing sarebbero stati i più colpiti, seguiti dall'intero settore publishing e da chi si occupava di eSport: salvi invece gli sviluppatori collegati al cuore dei progetti attualmente in essere presso Blizzard, dei quali parleremo tra poco. Tornando ai licenziamenti, secondo Kotaku nel corso del 2018 il fatto che sarebbero arrivati era diventato in qualche modo atteso all'interno dei vari team, sebbene non nelle proporzioni annunciate circa due mesi fa. Oltre ai posti di lavoro persi, quello trascorso sembra anche essere stato l'anno in cui Activision ha iniziato a esercitare una pressione maggiore su Blizzard, finora lasciata agire abbastanza liberamente anche dopo la fusione avvenuta nel 2008. Le spese consistenti molte aree esterne allo sviluppo, unite all'assenza prolungata di uscite di titoli di spicco sul mercato (l'ultimo, Overwatch, è del 2016) avrebbe portato Activision a spingere con un certo vigore affinché Blizzard tagliasse i propri costi, conducendo così a un cambiamento epocale per il team di sviluppo di Warcraft.

A partire da Mike Morhaime, fondatore e CEO di Blizzard, la filosofia di quest'ultima è infatti sempre stata quella di far uscire i giochi quando essi erano pronti ("done when it's done"), senza preoccuparsi troppo di farsi i conti in tasca. Finché il traino di World of Warcraft e l'uscita di nuovi titoli ha permesso di tamponare i costi, Activision sembra aver permesso questo tipo di condotta anche negli ultimi anni, ma la situazione sarebbe adesso definitivamente cambiata. Un segnale di supporto per questa teoria è l'abbandono dello stesso Mike Morhaime della propria carica: quella dell'ex CEO è sempre stata una figura ben voluta all'interno di Blizzard, e per molti dopo l'acquisizione è stato il baluardo difensivo nei confronti di Activision e di Bobby Kotick, da molti visto come il cattivo di questa storia. Soprattutto per aver mostrato poca umanità nel parlare di licenziamenti restando sotto la fredda ottica dei numeri, lasciando che un commento un po' più coinvolto dal punto di vista emotivo arrivasse da J.Allen Brack, il successore di Morhaime alla guida di Blizzard. Al di là di una situazione di crisi per i big che sta attraversando l'intera industria videoludica, dal punto di vista manageriale la vera colpa di Kotick e della dirigenza di Activision è a nostro avviso quella di aver rifiutato qualsiasi forma di cambiamento, inseguendo con troppa foga le mode del momento per poi rimanere con un pugno di mosche come nel caso di Skylanders, o lasciando che titoli come Guitar Hero finissero dimenticati. Parte delle risorse destinati alla realizzazione dell'ennesimo Call of Duty avrebbe potuto dare vita a investimenti in grado di generare progetti più duraturi e strutturati. Ma del senno di poi son piene le fosse, per cui invece di rimuginare sul passato è ormai necessario pensare al presente: in pochi mesi la società ha visto calare le proprie azioni quasi del 50%, si è separata da Bungie e da Destiny e ha mandato via centinaia di persone. Farsi qualche domanda su quale possa essere il futuro anche per Blizzard è più che lecito.

Cosa bolle in pentola?

La buona notizia è dunque che nonostante l'ondata di licenziamenti Activision Blizzard intende puntare sullo sviluppo dei progetti esistenti, avendo escluso gli sviluppatori dall'elenco di posti in esubero, o quantomeno dal grosso di essi. Continuiamo a ragionare in termini finanziari, ma passiamo con la lente d'ingrandimento su Blizzard Entertainment: secondo quanto riporta Forbes, i ricavi provenienti dallo studio con quartier generale a Irvine diminuiranno in modo significativo nel 2019, e il motivo è ovviamente collegato all'assenza di uscite degne di nota nel corso di quest'anno. Al di là di World of Warcraft Classic il MMORPG campione d'incassi non prevede novità di rilievo, così come Warcraft III: Reforged non sembra per ovvi motivi in grado di smuovere grandissime somme. Anche Hearthstone, fino a qualche tempo fa in continua crescita, ha subito una battuta d'arresto negli ultimi tempi, collegata a qualche problema del gioco unito all'arrivo di nuova concorrenza sul mercato. A tutto questo dobbiamo aggiungere la decisione di ridurre il personale al lavoro su Heroes of the Storm, eliminando allo stesso tempo le iniziative che lo riguardano in campo eSport. Andando per esclusione e ritenendo StarCraft dormiente in termini di novità rilevanti, quello che resta è Diablo, ma anche qui si apre un capitolo abbastanza spinoso. Se in passato abbiamo definito BlizzCon una bussola, nella sua edizione 2018 tale bussola è apparsa un po' impazzita: il riferimento è ovviamente legato a Diablo Immortal, titolo per dispositivi mobili annunciato quando tutti si aspettavano novità corpose destinate alla base storica di Blizzard.

Un gioco che per la verità ci ha dimostrato di avere le carte in regola per fare bene, accolto però con una reazione negativa da parte della community che in Diablo Immortal ha visto un tradimento delle proprie radici PC. Una reazione per certi versi eccessiva, ma da inquadrare nell'ottica di chi aspetta di sapere qualcosa sulle sorti della serie Diablo ormai da diverso tempo. Dopo la poco fortunata uscita di Diablo III nel 2012 e la fantastica risalita effettuata con le patch e Reaper of Souls, qualsiasi novità che non fosse Diablo Immortal è stata tenuta a freno, anche se Diablo IV sembra ormai un segreto di Pulcinella. Proprio per questo, i fan chiedono di sapere di più su questo progetto, sul quale sempre secondo Kotaku la decisione di andare coi piedi di piombo sarebbe legata all'esperienza fatta con Titan, ambizioso progetto cancellato per dare vita con una sua costola a Overwatch. Nella sua forma attuale, Diablo IV sarebbe individuato internamente col nome in codice Fenris, dopo aver attraversato una sorta di reboot nel 2016 su quello che invece era conosciuto come Hades. Quest'ultimo sarebbe stato concepito come una sorta di ritorno alle radici più oscure della serie, abbandonando lo stile cartoonoso del terzo capitolo per avvicinarsi nelle dinamiche a Dark Souls. La decisione di cancellarlo sarebbe legata a uno sviluppo diventato troppo tortuoso, ma l'assenza di dettagli ufficiali porta su tutto quanto un alone di mistero. Quello che sappiamo è che nell'universo di Diablo qualcosa sta bollendo in pentola oltre a Diablo Immortal, ma la forma definitiva di quello che sarà eventualmente Diablo IV è ancora nebulosa. Tornando invece a Diablo Immortal, al lavoro su di esso per supportare NetEase troviamo il team interno conosciuto col nome Incubation guidato da Allen Adham, uno dei fondatori di Blizzard. La nascita del team Incubation deriva dai lunghi cicli di lavoro tipici di Blizzard, in base ai quali i dipendenti si trovavano coinvolti su uno stesso progetto per diversi anni richiedendo la possibilità di impegnarsi anche su lavori più brevi. La definitiva svolta verso il settore mobile da parte di Blizzard (qualcuno ha detto Warcraft GO?) potrebbe essere vista come una risposta alle pressioni ricevute da parte di Activision, intensificate come dicevamo nel 2018 e destinate a questo punto ad andare avanti. Dopo un'acquisizione come quella avvenuta nel 2008, è senza dubbio possibile che (come presumibilmente avvenuto) fino a qualche tempo fa l'azienda madre lasci libertà di lavorare a quella figlia senza interferire, ma è altrettanto possibile che sempre la madre possa forzare una certa direzione se le cose non dovessero andare secondo i piani. Se tali piani sono destinati a restare in linea con ciò che si aspettano i videogiocatori e con quella che è la natura di Blizzard così come tutti la conosciamo, è come si suol dire un altro discorso. Per affrontarlo, non possiamo fare altro che aspettare il tempo necessario perché passi la tempesta e le acque si calmino, permettendo alla bussola di tornare a funzionare.