Death Stranding, Hideo Kojima ultimo baluardo di un’autorialità che sta scomparendo?

Partendo da Death Stranding ci siamo lanciati in una riflessione sulla condizione attuale degli autori nel mondo dei videogiochi: specie in via di estinzione o c'è qualche speranza?

NOTIZIA di Davide Spotti   —   27/09/2018
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"Kojima costruisce architetture narrative straordinariamente complesse, in cui è facile smarrirsi. La superficie discorsiva dei suoi giochi è caratterizzata da una retorica fatta di cliché e luoghi comuni. Solamente leggendo, pardon, 'giocando' tra le righe, si può intuire il messaggio più autentico del game designer. (...) Lungi dal fornire risposte univoche, Kojima preferisce interrogare continuamente il giocatore mettendone in discussione l'identità, la capacità di conoscere e di ricordare, l'autonomia di pensiero e azione"

Così scriveva Bruno Fraschini, nel suo saggio intitolato "Metal Gear Solid: L'Evoluzione del Serpente" (Ludologica, 2002). In questo lasso di tempo il settore dei videogiochi è cambiato, si è ampliato e si è evoluto, persino la saga trentennale di Metal Gear si è scollata dal passato perdendo per strada la sua storica guida creativa. Sedici anni più tardi, tuttavia, l'approccio di Kojima-san non sembra essere affatto mutato, anzi.

L'ultimo trailer di Death Stranding, mostrato al Tokyo Game Show 2018, è lì a testimoniarci che l'autore giapponese non ha alcuna intenzione di venire meno al proprio imprinting, ed è forse anche l'unico a poterselo ancora permettere nel mercato attuale. Sì perché a Kojima piace tremendamente giocare con il suo pubblico, nascondere le proprie reali intenzioni, inseguire il citazionismo più estremo stimolando a più non posso la ricerca di indizi, facendo della metareferenzialità la pietra angolare, l'architrave di tutta la sua impalcatura creativa.

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L'impressione che si è fatta strada finora è che, anche con il benestare di Sony, Kojima stia dando davvero libera espressione a tutta la propria verve autoriale, finalmente libero dalle manette che gli aveva stretto ai polsi Konami. Secondo alcune campane la sensazione è che questa libertà sia pure troppa, se si considera che a due anni dal primo trailer ufficiale nessuno è ancora in grado di ipotizzare - senza il timore di essere brutalmente smentito - che tipo di gioco sia effettivamente Death Stranding e che storia racconterà. C'è un gran cast, c'è un motore grafico da urlo (il Decima di Guerrilla), ma tutto il resto è ancora avvolto dalla nebbia. Sia chiaro, ci rendiamo perfettamente conto del fatto che questo approccio possa infastidire o viceversa affascinare tremendamente gli appassionati. Tutto dipende dal proprio personale modo di intendere e filtrare il medium, perciò eviteremo di addentrarci in quello che è un ginepraio in piena regola.

Quello su cui vogliamo interrogarci, invece, è la condizione dell'autorialità in un settore talmente camaleontico e in continua evoluzione come quello che più ci interessa. A darci l'input iniziale è di nuovo Fraschini, che nella parte introduttiva del suo saggio scrive: "Tra i game designer contemporanei, Kojima è uno dei più arditi e originali. Non a caso è stato spesso criticato e frainteso. Il numero di chi lo considera un geniale innovatore è analogo a quello di chi sostiene che abbia ormai smarrito la bussola e perso ogni contatto con la realtà. Appartengono alla seconda categoria tutti coloro che ritengono che l'unica finalità possibile, in un videogioco, sia l'intrattenimento (...) Questa clamorosa miopia ha favorito la ghettizzazione culturale del videogioco".

Un tema, quest'ultimo, che di fatto non ha ancora abbandonato il nostro settore. La querelle sulla violenza nei videogiochi è solo una delle tante forme con cui ciclicamente si esprime questa endemica difficoltà del medium ad affrancarsi dai pregiudizi che ancora oggi aleggiano nella società di massa. Ecco perché, al di là delle immancabili opinioni che possono scaturire prendendo come riferimento lo stile di un autore carismatico come Kojima, a nostro avviso il videogioco può ancora trarre benefici da personalità forti, capaci di uscire dal seminato e di trasmettere emozioni e messaggi coadiuvando l'uso di interazione e narrazione. È un passaggio cruciale, che andrebbe filtrato e compreso innanzitutto da chi i videogiochi è abituato a fruirli quotidianamente. Troppo spesso ci si lamenta della standardizzazione dei contenuti e della carenza di idee, quando nel frattempo titoli che meriterebbero di essere premiati per la loro qualità non ricevono il riconoscimento e la partecipazione che gli spetterebbe di diritto (si pensi a Prey o a Dishonored).

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Effettivamente, facendo mente locale sugli autori più noti che hanno calcato la scena nel corso degli anni, il quadro che emerge non è dei più incoraggianti. Il primo nome che ci sovviene è quello di Ken Levine; letteralmente scomparso dai radar dopo la pubblicazione di Infinite e la successiva chiusura di Irrational Games, il geniale autore di BioShock è ufficialmente impegnato in un nuovo progetto di dimensioni più ridotte con il suo nuovo studio, ma è da tempo che non si muove nulla. E poi c'è Fumito Ueda, che dopo aver dedicato quasi dieci anni allo sviluppo del discusso The Last Guardian ha fondato genDESIGN, nuova realtà impegnata su progetti non ancora annunciati. Riuscirà l'autore nipponico a riaffermarsi nonostante lo scetticismo di una parte del pubblico e a trovare i giusti stimoli lontano dal team ICO?

Suda51 viene ricordato per Killer 7 e No More Heroes, ma i progetti usciti in seguito non sono stati altrettanto apprezzati. Vedremo come si comporterà Travis Strikes Again: No More Heroes, anche se il vero banco di prova per valutare il futuro dell'autore potrebbe essere proprio No More Heroes 3. Se il leader di Grasshopper Manufacture è alla ricerca di una quadratura del cerchio che manca da tempo, Keiji Inafune può considerarsi letteralmente caduto in disgrazia dopo i cocenti fallimenti di Yaiba Ninja Gaiden Z e Mighty No. 9. A stretto giro lo segue Tomonobu Itagaki, che dopo essersene andato dal Team Ninja non ne ha praticamente azzeccata più una. Ma si potrebbe citare anche Peter Molyneux, che con il declino della saga di Fable si è perso tra progetti cancellati (qualcuno ricorda ancora Milo per Kinect?) e operazioni alquanto discutibili come lo sviluppo di Godus. Lontani, lontanissimi i tempi di Syndicate, Populous e Black & White, c'è poco da dire.

Al club si è unito anche Cliff Bleszinski, recentemente finito agli inferi dopo la chiusura di LawBreakers e il cocente fallimento della neonata Boss Key Productions. E poi sì, lo ammettiamo: per un attimo abbiamo rivolto un pensiero anche a Sean Murray. D'accordo, questo è forse l'esempio meno calzante dato che si parla di uno sviluppatore ancora a inizio carriera. Ma è la personificazione vivente di quanto sia difficile riacquistare credito agli occhi del pubblico nell'epoca spietata dei social. L'esperienza di No Man's Sky è stata senz'altro formativa ma altrettanto brutale. Hello Games ha dimostrato di possedere gli attributi, non si è scoraggiata nonostante il mare magnum di critiche piovute sul gioco e tutto questo impegno è stato finalizzato con la pubblicazione di No Man's Sky: Next. Vedremo se basterà a ripulire la credibilità di un autore che fino a poco tempo fa sembrava già essersi bruciato ancora prima di partire dai blocchi. Ad ogni modo l'elenco potrebbe andare avanti ancora. Pensiamo a professionisti finiti sotto traccia come Tetsuya Mizuguchi (Rez, Space Channel 5) o Hironobu Sakaguchi (Lost Odyssey, The Last Story), ma pure a Tetsuya Nomura, qualora Kingdom Hearts III dovesse mancare il colpo dopo anni di attesa e hype a non finire.

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Ad onor del vero di autori che sanno il fatto loro e stanno continuando ad avere successo ce ne sono ancora. Hideki Kamiya non sembra aver affatto smarrito lo smalto dei giorni migliori, nonostante abbia dovuto metabolizzare la cancellazione improvvisa di Scalebound. Tameem Antoniades e Ninja Theory hanno partorito Hellblade: Senua's Sacrifice: un'opera senz'altro non esente da difetti sul piano dell'interazione, ma anche uno dei titoli più intrisi di autorialità tra quelli che abbiamo visto uscire nell'attuale generazione. C'è anche Yoko Taro, la cui fortuna recente si lega a doppio filo a Platinum Games. Se NieR: Automata non avesse avuto successo su PC e PS4, tanto da convincere Square Enix a prendere in considerazione il finanziamento di un sequel, staremmo raccontando ben altro film. E poi Hidetaka Miyazaki, che in seguito al successo planetario dei Souls è atteso al varco con Sekiro: Shadows Die Twice. Noi però aspettiamo con una certa curiosità anche Déraciné.

Stiamo sicuramente perdendo per strada qualche esempio, ma è evidente - anche facendo un parallelismo con le epoche passate - che la figura dell'autore di videogiochi, quella figura di spicco capace di attrarre su di sé le pressioni e le responsabilità di un'intera produzione, ha dovuto sempre più cedere il passo a studi molto numerosi e ben collaudati, dove tante teste lavorano incessantemente per trovare una forma di mediazione tra contrapposte visioni, opinioni e propensioni caratteriali. Intendiamoci, alcune personalità di spicco non mancano nemmeno in questi casi - pensiamo a professionisti apprezzati come Neil Druckmann di Naughty Dog o Cory Barlog di Santa Monica, giusto per citare i primi due esempi che ci sono venuti in mente. Ciò nondimeno è evidente che i Warren Spector, i Tim Schafer, i Richard Garriott, i John Romero del futuro sembrano destinati a trovare sempre meno spazio per farsi conoscere al cospetto del grande pubblico. Per fortuna al giorno d'oggi permane la valvola di sfogo del settore indipendente, che continua a offrirci tante piccole perle inaspettate.

Purtroppo bisogna prendere atto che in molti casi è proprio il pubblico a non essere particolarmente permeabile a un certo modo di intendere il videogioco e ad approfondire con cognizione di causa ciò che c'è a monte. Fin troppo spesso gli appassionati finiscono per cristallizzarsi con pigrizia sull'ultimo sequel tripla A del franchise supernoto ma assolutamente privo di guizzi, sacrificando (magari senza nemmeno rendersene troppo conto) titoli che invece meriterebbero ben altro tipo di risonanza.

Voi che ne pensate? Il declino dell'autorialità passa anche dalla poca maturità dimostrata da un'ampia porzione del pubblico pagante? Fatecelo sapere nei commenti!