Mouse: P.I. For Hire nasce quasi per gioco. Nel 2022, Fumi Games è una minuscola realtà polacca in cui i cinque addetti ai lavori che la compongono usano il loro tempo libero per dedicarsi ad un progetto parallelo. Senza alcuna intenzione di dare forma al loro prossimo gioco a partire da questo prototipo, sperimentano, si lasciano ispirare da ciò che gli piace, testano meccaniche ludiche per impratichirsi ulteriormente.
Accade che, sempre per gioco, un bel giorno uno di loro decide di pubblicare sui social uno di questi test. Nel video, un anonimo avatar si aggira in un ambiente completamente privo di dettagli e spara con la sua pistola ad alcuni topi antropomorfi, decapitandoli nel caso di un colpo alla testa, perdendo copiosamente inchiostro da ogni poro quando feriti in altre parti del corpo. Ad attirare l'interesse, ciò che rese virale quel contenuto, fu proprio lo stile grafico adottato: bianco e nero, affine ai canoni estetici della così detta rubber hose animation, animazione distintiva dei cartoni animati degli Anni 30, la stessa ostentata dal famosissimo cortometraggio Steamboat Willie, diretto da Walt Disney in persona e Ub Iwerks.
La viralità del contenuto social convinse Fumi Games a credere nel progetto e a tramutarlo da semplice esperimento a ciò che oggi è Mouse: P.I. For Hire, boomer shooter impegnativo al punto giusto, che trova proprio nella sua estetica la sua principale ragione d'essere.
Topi, sparizioni e omicidi
Jack Pepper è un veterano di guerra. Appesa l'uniforme al chiodo, tornato a Mouseburg, volenteroso di dare il suo contributo alla società si rende conto che due cose non mancano mai nella sua città natale: politici corrotti e crimini. In cerca di una professione proficua, possibilmente in linea con ciò che la metropoli ha da offrire, decide di diventare prima poliziotto, poi investigatore privato, aprendo il suo ufficio in uno dei tanti palazzi situati nel centro città.
La sua è una carriera priva di picchi, ma tutto sommato sostenibile. Non proprio soddisfacente, ma quanto meno non è costretto a guardare la vita scorrergli di fronte seduto a una scrivania. Le cose, per Jack Pepper, iniziano a complicarsi quando si trova invischiato in una serie di misteriose sparizioni. Quella che sembra un'indagine come un'altra si tramuta in fretta in un intrigo che tocca e ingloba tutto il marcio che Mouseburg cela gelosamente nelle sue viscere.
Purtroppo, nonostante le premesse, l'intreccio non scava mai troppo a fondo, né si prende la briga di affrontare con maturità e spirito di approfondimento determinate questioni che pur introduce. Sebbene si faccia cenno a disagi sociali di una certa portata, tematiche assolutamente contemporanee e che tristemente animano costantemente la nostra cronaca e attualità, Mouse: P.I. For Hire sceglie di lambire appena questi argomenti. Preferisce distrarre l'utente con rocamboleschi inseguimenti e furiose irruzioni, sempre commentate dalla cinica e ironica voce di Jack Pepper, magistralmente doppiato in inglese dall'onnipresente Troy Baker.
Un vero peccato, sia perché di carne sul fuoco per dare corpo a una trama più trasversale ce ne sarebbe eccome, sia perché alla lunga si perde l'interesse per lo svolgimento dei fatti e per l'evoluzione dell'indagine. Fortunatamente la struttura narrativa tiene botta grazie a personaggi ben scritti, costanti citazioni, giochi di parole ben localizzati anche nelle didascalie in italiano e a una generale frenesia dell'intreccio che coinvolge poliziotti corrotti, politici dai doppi fini, sette, scienziati pazzi e persino presenze ectoplasmatiche.
Manco a dirlo, ciò che permette al gioco di distinguersi è proprio il già citato aspetto estetico. A livello tecnico Mouse: P.I For Hire è assolutamente convincente. Complice lo stile adottato, console e PC non sono sottoposti a chissà quale sforzo, il gioco gira tranquillamente anche su configurazioni hardware non proprio al passo con i tempi. Tuttavia, è sempre un piacere trovarsi di fronte a un prodotto che procede senza intoppi e privo di bug.
Del resto, il già citato richiamo al rubber hose animation ha permesso agli sviluppatori di creare scenari e personaggi mai troppo dettagliati, ma non per questo privi di caratterizzazione. Lo stile in bianco e nero dona a ogni schermata un affascinante rumore di fondo, più o meno invasivo a seconda dell'impostazione prescelta, classico delle pellicole di una volta. Ogni nemico si muove con animazioni fluidissime e quasi ipnotiche. Gli scenari denotano una convincente ricchezza visiva dal momento che vi ritroverete a combattere per le strade di Mouseburg, in paludi, in edifici diroccati, in set cinematografici, nelle fogne e in un'altra mezza dozzina di luoghi diversi.
In definitiva, alternando i modelli poligonali di cui si compone lo scenario ai personaggi bidimensionali splendidamente animati, Mouse: P.I. For Hire, in termini visivi, è estremamente caratteristico, oltre che genuinamente gradevole dall'inizio alla fine, capace di affascinare quanto più si è appassionati dei cartoni animati di un tempo.
Non delude nemmeno il comparto sonoro. Parte degli effetti ricorda vagamente quelli di Cuphead, altro gioco che ha fatto dello stile visivo e dell'accostamento all'animazione un cavallo di battaglia. Le musiche ostentano ricchi arrangiamenti e si rifanno per lo più al jazz, con un paio di motivetti particolarmente orecchiabili. Un plauso anche al doppiaggio, solo in inglese. Oltre a Troy Baker, anche gli altri attori che hanno prestato la voce ai vari personaggi mantengono intatto quel clima a metà tra il film noir e la commedia di cui si alimenta l'intero comparto artistico della creatura di Fumi Games.
Doom in bianco e nero
In termini prettamente ludici, Mouse: P.I. For Hire si dimostra estremamente classico e meno brillante di quanto ci si aspetterebbe. Ciò, in ogni caso, non vuol certo insinuare che ci si ritrovi di fronte ad un'esperienza poco appagante. Tutt'altro.
Il modello di riferimento, come l'adesione al genere dei boomer shooter lascia intendere, è naturalmente Doom e tutta quella schiera di antichi FPS in cui la salute non si autorigenerava e gli scenari erano privi di coperture dietro cui ripararsi dal fuoco nemico. L'approccio allo scontro, difatti, è diretto, sfrontato, frutto di riflessi sempre pronti e non di una strategica e graduale eliminazione degli avversarsi durante l'avanzata.
A dare brio all'avventura di Jack Pepper ci pensa una progressione che svela a poco a poco tutte le caratteristiche del gameplay. Sulle prime, difatti, i livelli si presentano per lo più come una cadenzata sequela di corridoi e arene piatte. L'investigatopo, passateci il termine preso in prestito dal mai troppo citato Basil, può saltare tra una piattaforma e l'altra, eliminare i nemici armato di pistola e fucile a pompa, ma il tutto si limita per lo più a furiose sparatorie, divertentissime beninteso, in cui eventualmente sfruttare a proprio vantaggio i bidoni esplosivi sparsi un po' ovunque.
A mano a mano che si progredisce nell'indagine, il nostro entra in possesso di armi più sofisticate. Mitragliatore e una sorta di spara-bianchetto, per esempio, tornano utili per tenere a bada il numero sempre crescente di sgherri che gli si pareranno di fronte. Esplosivi e bazooka, dal canto loro, oltre a rendere più veloce la carneficina, hanno anche il pregio di distruggere i muri dietro cui si celano nascondigli generosi di denaro e collezionabili.
Anche le doti atletiche di Jack conoscono, in corso d'opera, un incremento. Il doppio salto, la capacità di restare sospeso a mezz'aria, la possibilità di utilizzare la coda per agganciarsi a specifici appigli da cui darsi lo slancio, sono tutte abilità che incrementano il dinamismo dell'azione durante gli scontri a fuoco e che permettono al level design di smaliziarsi un poco alla volta. Le arene si riempiono di trampolini, di sporgenze, di piattaforme da cui attaccare e fondamentali per prendere le distanze dai nemici. La stessa esplorazione giova di questa iniezione di nuove dinamiche, moltiplicando gli antri segreti e le zone che andranno scovate aguzzando la vista, mettendo alla prova le capacità di Jack, persino dedicandosi a un pizzico di backtracking.
Il modello di riferimento è appunto Doom e, con le dovute distanze e differenze del caso, per ritmo e direzione presa in termini di level design, il paragone più adeguato è proprio con Doom Eternal. Pur con una minor verticalità degli scenari, pur con sezioni platform più contenute e meno frequenti, le sparatorie raggiungono un livello di intensità simile, soprattutto al livello di difficoltà massimo, e l'attenzione con cui dovrete scandagliare ogni livello in cerca di segreti è analogo.
Non mancano elementi accessori che inspessiscono il gameplay. Le armi possono essere potenziate, a patto di scovare i progetti necessari. Ci si può intrattenere con un rudimentale gioco di carte che ricalca in qualche modo una partita di baseball. Parlando con alcuni personaggi potrete sbloccare delle missioni secondarie, permettendovi così di rivisitare ambientazioni già esplorate. Tra una missione e l'altra dovrete tornare nell'ufficio di Jack per collegare tra loro gli indizi raccolti e sbloccare il livello successivo, un'attività che purtroppo, grande occasione sprecata in questo senso, procede in automatico senza alcuna reale interazione da parte del videogiocatore. Anche il contorno di Mouse: P.I. For Hire non ostenta nulla di particolarmente originale a ben vedere.
Il problema del titolo, se di problema si può parlare, è proprio questo. Propone un'avventura estremamente solida, efficiente in ogni sua parte costituente, ben focalizzata, ma al di là dell'aspetto estetico non stupisce mai. Soprattutto a chi è appassionato al genere sembrerà di procedere spesso e volentieri con il pilota automatico nella quindicina di ore richieste per giungere ai titoli di coda. Anche gli scontri con i boss non brillano mai per complessità o inventiva nelle meccaniche sottese alla battaglia. Ci si diverte alla grande, soprattutto tutti coloro a caccia di sfide, ma chiunque ha un minimo di esperienza saprà sempre cosa accadrà di lì a poco.
Conclusioni
Mouse: P.I. For Hire è un solidissimo e divertentissimo boomer shooter impreziosito da uno stile grafico caratteristico e delizioso. Rifacendosi ai padri costituenti del genere degli FPS, Doom su tutti, propone una struttura di gioco ben amalgamata, ma quasi completamente priva di brio creativo. Un male? Non per forza. La mancanza di spunti, di originalità, di picchi particolari, impediscono al titolo di proiettarsi nell'Olimpo del genere. Tuttavia, fortunatamente, ci troviamo di fronte ad un gioco immediato, estremamente divertente, dall'ottimo ritmo, dotato di una buona progressione. Chi lo aspettava da tempo, ha indubbiamente ben riposto le sue speranze. Chi si è sempre tenuto alla larga dai boomer shooter, invece, non comincerà ad amarli proprio grazie alla creatura di Fumi Games.
PRO
- Visivamente delizioso
- Ritmo indiavolato
- Level design che si schiude poco alla volta
CONTRO
- L'avventura non sorprende praticamente mai
- Narrativamente si sarebbe potuto osare di più