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Il caso degli omicidi a Kobe che hanno cambiato Silent Hill

Nel 1997 una serie di omicidi efferati che avevano come protagonisti dei bambini finirono per cambiare una volta per tutte l'intrattenimento giapponese.

SPECIALE di Fabio Di Felice   —   10/04/2026
Questo caso di cronaca ha cambiato il primo Silent Hill
Silent Hill
Silent Hill
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La mattina del 27 maggio 1997 è una giornata assolata. Il bidello della scuola elementare Tomogaoka di Kobe esce di fretta, sbadigliando, per aprire i cancelli prima che i bambini arrivino per le lezioni. Non è molto che è sveglio, quindi lo fa distrattamente, con quella automazione tipica delle cose che fai centinaia di volte nella vita, ogni giorno, sempre uguali. Quella volta, però, non è uguale alle altre e una parte del suo cervello glielo suggerisce immediatamente. E così, risvegliandosi dal torpore, il bidello guarda oltre i cancelli e vede che a terra c'è qualcosa. Si avvicina, mentre l'istinto comincia a pizzicargli e gli suggerisce di non farlo, di voltarsi e scappare. Troppo tardi: quando il bidello si rende conto di cosa sta guardando, la paura gli ha già scavato nel petto, insidiandosi come una lama gelida. A terra c'è una testa umana. La testa di un bambino.

Mentre il bidello viene a patti con l'idea che la sua vita non sarà più la stessa, noi, dal futuro, abbiamo la fortuna di poter fermare il tempo e capire perché quella mattina, quel bidello e quella testa saranno importanti per la storia dei videogiochi giapponesi. Questa orribile vicenda ha cambiato per sempre il modo in cui la comunità giapponese si approccia alle opere violente, specialmente quelle horror, e soprattutto quando ci sono di mezzo minorenni.

Silent Hill aveva un immaginario molto forte per l'epoca
Silent Hill aveva un immaginario molto forte per l'epoca

È una vicenda che ha contribuito, anni dopo, alla creazione del CERO, l'organo che si occupa tuttora di attribuire una valutazione ai videogiochi che devono essere distribuiti in Giappone e con cui tutti devono confrontarsi. E spesso adattarsi, cambiando particolari, a volte anche molto importanti. Ed è una questione che ha costretto gli sviluppatori dell'epoca a ripensare, ridisegnare, a volte censurare le loro opere in uscita proprio in quegli stessi anni e che a volte avevano una macabra corrispondenza con l'accaduto. Uno tra tutti il famoso Team Silent, che nel 1999 avrebbe dato vita alla sua prima fatica, Silent Hill.

Shooll Killer

Adesso possiamo tornare al bidello. Le viscere gli si sono congelate mentre corre indietro al gabbiotto per chiamare la polizia, sperando che sia soltanto un brutto sogno. Purtroppo non è così. Quando arrivano le forze dell'ordine di Kobe, un particolare attira subito la loro attenzione: c'è un biglietto che sporge dalle labbra del ragazzo. A occhio e croce si tratta di un bambino di circa dieci anni. Scopriranno poi essere Jun Hase, un bimbo che frequentava ancora le scuole elementari.

"Questo è solo l'inizio del gioco. Provate a fermarmi. Voglio vedere la gente morire. Per me commettere un omicidio è come avere un brivido di piacere. Un giudizio sanguinoso per i miei anni di amarezza". Sotto c'è una firma: è una croce cerchiata che ricorda quella che lasciava Zodiac, il serial killer americano attivo nell'area di San Francisco negli anni '60. E c'è una firma: "Shooll Killer", in inglese. I poliziotti pensano subito a un errore: l'omicida voleva alludere al fatto di aver ucciso uno studente e quindi probabilmente la grafia giusta sarebbe stata: school killer.

I detective si fanno subito un'idea precisa del possibile colpevole dell'omicidio: un uomo sulla trentina, forse un otaku, con un forte risentimento per la scuola giapponese. L'identikit presunto viene da un altro fatto di cronaca che aveva sconvolto il Giappone una decina di anni prima e che riguardava Tsutomu Miyazaki, il killer vampiro: anche lui prendeva di mira i bambini. Il suo arresto era stata una delle prime occasioni nelle quali il pubblico giapponese aveva conosciuto il termine "otaku", a indicare i ragazzi che sceglievano di fuggire dalla realtà entrando in mondi finzionali fino a perdere completamente l'empatia e l'umanità verso il prossimo. Quindi i poliziotti non si erano sforzati troppo, avevano semplicemente seguito la pancia.

La Tomogaoka Junior High School di Kobe
La Tomogaoka Junior High School di Kobe

C'era però anche un altro indizio. Quel ritrovamento era il culmine di una serie di attacchi che avevano riguardato dei minori accaduti nei giorni precedenti. Due bambine di otto e dieci anni erano state colpite con un martello giusto qualche giorno prima, il 16 marzo. L'aggressore le aveva sorprese alle spalle, prima che potessero reagire. Una era rimasta ferita gravemente; l'altra, la più piccola, era morta. E poi, pochi giorni prima del ritrovamento dei resti di Jun Hase, c'era stata un'altra aggressione: una bambina colpita al ventre da una coltellata. Anche in quel caso tutto era stato velocissimo, un raptus di violenza in pieno giorno, in strada, senza premeditazione né contesto. La bambina si era salvata, fortunatamente, ma era chiaro che qualcuno stava prendendo di mira i più piccoli.

Seito Sakakibara

La corrispondenza tra colui che aveva cominciato a firmarsi Seito Sakakibara e la stampa si era intensificata nei giorni successivi al ritrovamento. Il killer invia l'ennesima comunicazione al Kobe Shimbun, il quotidiano locale. In quella missiva dichiara di essere il responsabile degli omicidi. "Sto mettendo in palio la mia vita in questo gioco. Se verrò catturato, probabilmente mi impiccheranno", scrive. "La polizia dovrebbe essere più arrabbiata e più tenace. Solo quando mi uccido mi libero dal mio odio e raggiungo la pace". Nel messaggio ci sono due particolari che attirano l'attenzione dei poliziotti: il primo è la tendenza del killer a definire gli altri esseri umani con il termine "verdure". Nella lettera scrive che lui non ha alcun problema a uccidere altre "verdure" e che prenderà di mira anche gli adulti.

La lettera arrivata al Kobe Shimbun
La lettera arrivata al Kobe Shimbun

Il secondo particolare che attira l'attenzione dei detective è l'odio che Sakakibara esprime per il sistema scolastico giapponese. Nella lettera lo definisce: "un sistema compulsivo, che mi ha insegnato a essere una persona invisibile". Probabilmente è questo particolare a far crollare l'identikit che la polizia si è fatta del colpevole. Perché un uomo adulto dovrebbe prendersela con la scuola e non, per dirne una, con il complesso mondo del lavoro giapponese? O con i dogmi di una società collettivista che lo teneva ai margini perché lo reputava diverso?

Il 28 giugno viene chiamato a testimoniare un ragazzo. Un adolescente di appena 14 anni: Shinichiro Azuma. Il giovane era già stato segnalato per qualche problema di temperamento a scuola. Sua madre era stata più volte convocata per cercare di correggere il comportamento violento e antisociale del figlio. L'unico consiglio che aveva dato al figlio era: "se sei nervoso, immagina le persone attorno a te come fossero verdure". Azuma nega con forza di essere coinvolto negli orribili eventi che hanno portato all'indagine. Ma la sua calligrafia coincide in maniera inequivocabile con quella delle lettere firmate da Sakakibara. Basta questo per farlo crollare. Confessa di essere il responsabile degli omicidi. Dice di essere stato spinto da quella che definisce la sua "parte malvagia" sin da quando era alle elementari: Seito Sakakibara, che ha stretto un patto con una divinità di sua invenzione chiamata Bamoidokishin. L'ultimo atto che aveva portato alla morte di Jun Hase faceva parte di un rito in nome del dio che, in cambio, lo avrebbe protetto a lungo facendogliela passare liscia.

Una foto di Azuma
Una foto di Azuma

Ci sarà un lungo processo che trasformerà la vicenda in un dramma ancora più sconvolgente quando una rivista renderà nota a tutti l'identità del killer. In Giappone c'è una legge che tutela i minorenni coinvolti in casi di cronaca e a lungo Azuma è stato identificato semplicemente come "Ragazzo A". Presto o tardi però la notizia fa il giro del Giappone: Seito Sakakibara, il killer dei bambini, è egli stesso un bambino.

Grey Child

Questo caso ha cambiato per sempre il Giappone per almeno due motivi. Il primo è che nel 2000 la Dieta (il parlamento giapponese) ha abbassato l'età per la responsabilità criminale dai 16 ai 14 anni. L'altro motivo è che ha influito moltissimo sul rapporto con la violenza nei media. Perché in camera del Ragazzo A la polizia aveva trovato una serie di manga pornografici, di film horror e di videogiochi violenti. E la storia, lo sapete, è vecchia come il mondo: è venuto fuori che Azuma guardava e giocava moltissima roba che non doveva guardare né giocare. Sua madre e suo padre non sospettavano di nulla. La loro più grande preoccupazione era che il basso rendimento scolastico del figlio non gli permettesse di accedere a un buon istituto superiore.

Moonlight Syndrome di Suda51 fu censurato in seguito ai fatti di Kobe
Moonlight Syndrome di Suda51 fu censurato in seguito ai fatti di Kobe

Il caso gettò un'ombra scura su tutto l'intrattenimento giapponese. Fino a quel momento non ci si era fatti troppe domande su quanto fosse accessibile questo tipo di materiale non adatto ai bambini, ma dopo gli omicidi a Kobe le cose erano destinate a cambiare. Sia per quanto riguardava la rappresentazione di ciò che succedeva all'interno di quelle opere, sia per la distribuzione. Il destino a volte è capriccioso, e il caso volle che alcune di esse avessero un'inquietante similitudine con dei dettagli del caso in questione. Per esempio il videogioco Moonlight Syndrome di Goichi Suda fu censurato. Le protagoniste del videogioco erano studentesse e alcune venivano uccise in maniera efferata.

Uno dei casi più noti dell'impatto degli omicidi di Kobe sul mondo dei videogiochi è quello del primo Silent Hill, specialmente per quanto riguarda la rappresentazione di alcuni mostri che il protagonista, Harry Mason, si trova ad affrontare nella città americana. A occuparsi del design dei mostri del primo capitolo sono principalmente Masahiro Ito e Naoko Sato, che danno vita attraverso i mostri ad alcune delle paure più feroci e dei traumi più vivi di Alessa Gillespie. Nel primo trailer che viene mostrato vediamo Harry che si sbarazza a colpi di arma da fuoco di creature tutt'altro che minacciose: si chiamano Larval Stalker, sono fantasmini piagnucolanti e indifesi che non attaccano il giocatore. Si limitano a seguirlo e a piangere. Nella prima versione del videogioco è possibile eliminarli, anche se questi non provano mai a far del male al protagonista. L'idea però viene scartata in fretta, perché è chiaro che la questione della violenza sui bambini - anche se fantasmi - è diventata molto seria nel contesto virtuale.

I Grey Child furono contestati parecchio per il loro design
I Grey Child furono contestati parecchio per il loro design

C'è però un'altra figura che dà molti grattacapi al team. All'inizio del gioco Harry ha un incidente automobilistico. Viaggiava in auto insieme a sua figlia Cheryl e, dopo aver battuto la testa e aver perso i sensi, al risveglio lei non c'è più. L'uomo decide allora di andare a cercarla, anche se la cittadina dove sono arrivati è avvolta da una spessa nebbia e non si riesce a vedere a un palmo dal naso. Imbocca una stradina secondaria, percorre un vicolo fino a quando non succede qualcosa di molto strano: il mondo si trasforma davanti ai suoi occhi. Un incubo di sangue, ruggine e cenere. Harry trova un corpo appeso a una rete, si volta per scappare ma viene sopraffatto da un gruppo di bambini armati di coltello che lo uccidono. È l'incipit di Silent Hill e quei bambini, i cosiddetti Grey Child, sono un grande problema.

Il team sottopone al CESA, l'organo che approvava i videogiochi prima del lancio in Giappone, il design dei Grey Child. Quelli dell'associazione rispondono di cambiare l'aspetto dei mostri. Le tensioni sociali sulla questione della violenza dei minori sono più discusse che mai e questo videogioco horror inizia con un gruppo di ragazzini che uccidono un adulto a coltellate. Così Masahiro Ito li ridisegna, alleggerendo un po' il tratto, e li rimanda in approvazione. Stessa scena. Dovrà ridisegnarli per ben tre volte prima che il CESA approvi il design, ma a quel punto hanno perso del tutto le sembianze umane: sono esseri dai lunghi artigli al posto delle mani. Come risultato di questo grande cambiamento, la versione americana del videogioco sarà l'unica a contenere i Grey Child originali. Si tratta di una modifica significativa per il team, anche a livello di storia: quei bambini rappresentavano l'orrore del bullismo che Alessa era stata costretta a subire nella scuola elementare di Midwitch.

Nella versione giapponese ed europea i Mumbler hanno preso il posto dei Grey Child
Nella versione giapponese ed europea i Mumbler hanno preso il posto dei Grey Child

Qualche anno dopo questa storia, nel 2002, viene fondato il CERO, l'organo che si occupa di valutare i contenuti dei videogiochi sul mercato giapponese. A ogni opera viene attribuito un rating secondo un sistema che riguarda le tematiche e le immagini sessuali, violente o antisociali presenti nel videogioco. Si tratta di una costola del CESA che nasce da una necessità sempre più urgente di regolare un mercato spesso esplicitamente rivolto ai minori. Il caso degli omicidi di Kobe è stato un tassello fondamentale, che ancora oggi viene ricordato in Giappone, dal momento che se ne è parlato spesso anche negli anni successivi. Seito Sakakibara è uscito dal suo percorso riabilitativo nel marzo del 2003. Attualmente la sua nuova identità e il posto in cui vive restano nascosti, anche se nel 2015 ha scritto un libro: 絶歌, Zekka. Il titolo si può tradurre in tanti modi, ma forse il più corretto è: il Canto d'addio, ma anche Canzone Disperata o Canto Interrotto.